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Venerdì, 23 Ottobre 2020

Wisco

Palazzo ChigiNel decreto sulla spending review c’è un provvedimento che inizia forse un nuovo corso, il prepensionamento dei dipendenti pubblici.  Tenere gli statali in esubero fino a quattro anni all’80 per cento della retribuzione  per poi metterli in pensione avrà un effetto benefico sui conti pubblici, senza colpire in modo pesante i soggetti interessati che, comunque, hanno la garanzia dell’80 per cento del loro reddito attuale e la prospettiva di conseguire la pensione a data certa, cosa che, con i tempi che corrono, è diventato un traguardo decisamente apprezzabile.


Sulla falsariga di quanto fatto dalle aziende private, peraltro, si potrebbe attuare la norma con un minimo di elasticità, dando la priorità ai volontari ed evitando in tal modo le reazioni negative di quanti non sono interessati a lasciare il posto di lavoro in tempi relativamente brevi.
È certo che i volontari non mancherebbero, soprattutto se si considera che la generazione di dipendenti pubblici coinvolta è quella che, quando ha iniziato la sua attività lavorativa, aveva la prospettiva di andare in quiescenza con un minimo di diciannove anni sei mesi e un giorno, o anche meno, nel caso delle donne che usufruivano di condizioni ancora più vantaggiose.

 

Ora, però, bisogna fare un passo ulteriore. Lo Stato non può limitarsi ad applicare la norma ai dipendenti in esubero. Deve procedere a uno svecchiamento della propria compagine lavorativa, con un massiccio esodo, anche se graduato negli anni, e con assunzioni ben selezionate ma, comunque, in misura rilevante.
Questo turn over consentirebbe di conseguire quattro risultati positivi. 
Inciderebbe positivamente sui conti dello Stato, in quanto un neo assunto costa molto meno di un dipendente anziano, con tutto il bagaglio di promozioni , di scatti, di avanzamenti che si porta dietro.
Migliorerebbe l’efficienza della pubblica amministrazione, in quanto a dipendenti stanchi e demotivati si sostituirebbero giovani desiderosi di dimostrare le proprie capacità, carichi di entusiasmo e di voglia di fare.
Darebbe un primo respiro al mercato del lavoro aprendo una prospettiva a generazioni che sono state tagliate fuori da  riforme che non hanno mai preso in considerazione le esigenze dei giovani e si basavano solo su calcoli ragionieristici, peraltro errati, sulla tenuta del sistema previdenziale.
Avrebbe effetti rilevanti sul mercato dei consumi, in quanto permetterebbe anche ai giovani di poter contare su  un reddito certo e costante nel tempo e, quindi, di poter  contrarre un mutuo, di potere formare una famiglia, di potere accedere al mercato dei consumi durevoli che sono quelli più colpiti dalla crisi.
Senza alcuno spirito polemico, non si può non osservare che il provvedimento è in contrasto con la riforma previdenziale targata Fornero di soli pochi mesi fa. Dopo il pasticcio degli esodati la ministra si è dovuta accorgere, anche in questo campo, che la soluzione era a portata di mano, m che la direzione da imboccare era diversa, anzi opposta rispetto a quella sulla quale si era incamminata.
Le soluzioni ai problemi non sono di tipo contabile, ma di tipo politico. E soprattutto, bisogna essere in grado di valutare gli effetti sui diversi mercati, senza limitarsi a un calcolo aritmetico dei risparmi su un solo tavolo, come è stato fatto con la riforma previdenziale.

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