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Venerdì, 23 Ottobre 2020

Wisco

Nello Formisano

Sono passati meno di due mesi dal 4 dicembre. Ma sembra sia stato già dimenticato che una delle cause, anzi la causa principale, della sconfitta al referendum costituzionale è stata la distanza fra paese legale e paese reale.
Gli elettori hanno votato "no" soprattutto perché non erano interessati alla riforma o, comunque, non la consideravano una priorità rispetto ai problemi gravissimi che affrontano ogni giorno, il lavoro, la disoccupazione giovanile, la crisi economica, il progressivo impoverimento che investe tutti i ceti popolari e, in particolare, le classi medie, il Mezzogiorno. A cui, ora si è aggiunto il terremoto con le esigenze drammatiche delle popolazioni interessate. 
Il dibattito dovrebbe essere incentrato su questi problemi, non sulla legge elettorale, tema sicuramente importante ma che non appassiona i cittadini, i quali, anzi, guardano con sospetto alle manovre e alle proposte sul tappeto che sembrano, spesso, finalizzate a conquistare vantaggi per partiti o gruppi, più che ad avvicinare eletti ed elettori.
Fatta questa premessa, è tutto la discussione sulla data del voto che appare fuorviante.
Se guardiamo la situazione con gli occhi dell’italiano medio, il ragionamento va impostato su basi  completamente diverse. Ci sono i problemi gravissimi che abbiamo prima evidenziato e ci sono un governo e un Parlamento che sono istituzionalmente chiamati ad affrontare e ad avviare a soluzione quei problemi.  
Al voto anticipato si potrebbe andare solo per due motivazioni.
Perché l’Esecutivo non ha più la fiducia del Parlamento oppure perché ritiene di non essere in grado di risolvere quei problemi.
La legge elettorale è uno strumento. Il fine cui deve tendere l’azione della classe politica è il miglioramento della qualità della vita dei cittadini. In caso di deviazione da questo percorso, la reazione, inevitabile, del corpo elettorale è una ulteriore virata verso i movimenti populisti, di destra e di sinistra. 
Per il Partito Democratico, che è l’asse portante della maggioranza parlamentare e dell’Esecutivo c’è un problema in più. Andare alle urne senza avere avviato un programma  serio volto a intervenire sui problemi cruciali della società italiana significa candidarsi alla sconfitta. Il Movimento 5 Stelle, che non ha mai avuto responsabilità di governo almeno a livello nazionale,  può presentarsi con una serie di parole d’ordine e di slogan senza che gli elettori gli chiedano conto della coerenza e della realizzabilità di quanto promesso. 
Per il PD e per gli altri partiti del centrosinistra, invece, le elezioni sono un esame in cui verranno giudicati per quello che hanno fatto più che per quello che prometteranno di fare.
Il “lavoro di cittadinanza” di cui ha parlato Matteo Renzi a Rimini, ad esempio, è un tema di grande importanza che, peraltro, rientra in un pacchetto di proposte avanzate anche da noi su questo giornale, finalizzate a rendere concreto il diritto al lavoro sancito dalla Carta Costituzionale. Ed è un tema vincente, a condizione, però, che non sia un impegno generico per il futuro ma un progetto concreto già avviato in questa legislatura. Il governo Gentiloni dia seguito all’indicazione di Renzi e attivi un piano volto a rendere il lavoro di cittadinanza un obiettivo concreto, attuabile in tempi brevi. Solo così il Partito Democratico e il Centrosinistra potranno avviare quella azione di recupero della fiducia dei cittadini che è la premessa indispensabile per presentarsi al voto con una proposta credibile che possa riscuotere un largo consenso da parte del corpo elettorale ed assicurare un governo stabile e rappresentativo al Paese.
 
 

 

 

 

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