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Giovedì, 21 Gennaio 2021

Wisco

AssadIl presidente egiziano Morsi parte all’attacco del regime di Damasco. Nella conferenza dei paesi non allineati, tenutasi a Teheran, il leader del Cairo ha infatti attaccato duramente il governo di Assad, appoggiando apertamente le fazioni ribelli. Questo atteggiamento era in parte atteso, essendo Morsi esponente dei “Fratelli Musulmani” egiziani, partito gemello di quello siriano. Tuttavia, una presa di posizione così netta è andata al di là delle aspettative, introducendo un nuovo elemento nella già fluida situazione mediorientale.
L’Egitto del nuovo corso post Mubarak si sta infatti muovendo in maniera difficilmente comprensibile, fuori dagli schemi tipici degli ultimi anni. Il Cairo da una parte ha aperto la strada del potere ad elementi islamici, appoggiandoli diplomaticamente anche all’estero, come nel caso appunto della Siria, dall’altra ha represso le forze estremiste, come nelle recenti operazioni militari nel Sinai, con una durezza tale da lasciare stupefatti addirittura i militari israeliani.
Viene quindi da chiedersi da che parte stia andando l’Egitto, se verso un forma di governo con elementi di fondamentalismo oppure verso uno Stato che mantenga comunque una impostazione fondamentalmente laica.

L’obiettivo di Morsi, cominciano a sostenere alcuni analisti, è probabilmente creare una terza via intermedia in cui coniugare la religione islamica, elemento che difficilmente si sarebbe potuto ulteriormente ignorare, con un mantenimento del principio della laicità dello Stato e del rispetto delle minoranze, in particolare della Chiesa cristiano-copta che in Egitto raccoglie un vasto numero di fedeli. Si tratterebbe, in pratica, di importare sul Nilo il “modello Turchia” che, almeno per adesso, sta funzionando sulle sponde del Bosforo. 
La riuscita di questo progetto aprirebbe nuovi scenari, non tutti positivi per l’Occidente. Da un lato, infatti, proporrebbe un sistema misto, laico e religioso, che potrebbe essere esportato per disinnescare la forza dei fondamentalisti in Medio Oriente, Iran compreso. D’altra parte un simile proposito presupporrebbe un Egitto più autonomo dall’Occidente, non più necessariamente l’alleato fedele del periodo Mubarak ma una nuova, ennesima, potenza regionale che si affaccia sul Mediterraneo e nel mondo arabo alla ricerca del suo spazio. Una situazione in evoluzione, quindi, che l’Occidente dovrà seguire con particolare attenzione ed intelligenza, cercando di intervenire per evitare rigurgiti fondamentalisti e facendolo nel modo meno invasivo possibile, per evitare effetti controproducenti.     

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