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Giovedì, 21 Gennaio 2021

Wisco

Bashar Al AssadAd ormai un anno dall’inizio della protesta anti-Assad, la situazione in Siria peggiora di momento in momento.
La crisi politico-militare di Damasco sembra ormai fuori controllo e molti osservatori ritengono che il regime del presidente Bashar Al Assad sia ormai sull’orlo del disfacimento.
Una analisi più approfondita, tuttavia, porta a conclusioni diverse. Se da un lato è vero che le forze lealiste hanno subito duri colpi, è purtroppo altrettanto vero che l’ossatura del potere di Al Assad è ancora integra. Come per il colonnello Gheddafi, anche la forza del presidente siriano si fonda su una serie di alleanze di natura tribale, che risalgono, in alcuni casi, ad un periodo addirittura precedente alla dominazione ottomana.
Al Assad è un alawita, una minoranza religiosa di cui fanno parte tutti gli esponenti più importanti del regime ed a cui appartengono le forze maggiormente impegnate nella repressione.
Il regime, infatti, non ha in realtà impiegato tutto l’esercito nella guerra civile in corso ma, prudentemente, per paura di defezioni che si sono comunque verificate anche in numero considerevole, solo i reparti di elite che sono appunto interamente alawiti. Anche l’aviazione siriana è stata pesantemente impegnata ed infatti non è un caso che Hafez Al Assad, padre di Bashar e suo predecessore alla guida del paese, provenisse proprio dalle fila dell’aeronautica militare, considerata uno dei baluardi del regime. 
Ne consegue che sul campo le forze praticamente si equivalgono, con i lealisti, da un lato, che non possono impiegare tutta la potenza di fuoco di cui dispongono, e con i ribelli. dall’altro, che, nonostante i progressi compiuti, non hanno ancora la capacità di sferrare il colpo decisivo.

Non a caso, infatti, i ribelli, in particolare il Libero Esercito Siriano, il gruppo meglio armato e organizzato, che gode degli appoggi più importanti in ambito internazionale, stanno per ora concentrando i propri sforzi nella creazione di enclaves a ridosso della frontiera turca, che possano fungere da punti di raccolta per i militari non più disposti a continuare nella repressione e da basi di partenza da cui, una volta organizzati ed armati con l’aiuto anche occidentale, possano partire alla conquista delle roccaforti lealiste come la regione di Latakia, zona a maggioranza alawita e centro di potere del regime. La guerra, quindi, purtroppo non pare destinata a finire a breve e, proprio per facilitarne la conclusione, le diplomazie occidentali stanno facendo pressing sulle minoranze religiose, anche su quella cristiana, al fine di convincerle a passare dalla parte dei ribelli, con la promessa che la transizione sarà quanto più possibile tranquilla e che gli estremisti religiosi non avranno un ruolo nella nuova Siria del dopo Assad.

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