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Giovedì, 21 Gennaio 2021

Wisco

HollandeCon la vittoria di Francois Hollande alle presidenziali di Francia cambia uno dei protagonisti di primo piano della politica europea.
La cancelliera tedesca già isolata da tutti gli altri stati nella sua ostinata politica di solo rigore, contestata anche dalla Commissione europea, dalla BCE e dal Fondo Monetario Internazionale, nonché dal governo USA, perde l’unica sponda che le consentiva di reggere agli attacchi concentrici di tutti i governi della UE.
Hollande ha già dichiarato che chiederà di rinegoziare il fiscal compact che impone rigide misure di austerità, deleterie in un momento di bassa congiuntura o di recessione per tutti i paesi dell’Unione. Probabilmente, più che rinegoziare, il nuovo Presidente francese, d’intesa con Monti e con gli altri Paesi UE, proporrà di avviare una politica per lo sviluppo di cui tutta l’Europa, e forse tutto il mondo, è convinto ci sia assoluto bisogno.

Comprese quelle agenzie di rating che hanno contribuito in misura determinante all’insorgere della crisi ma hanno sempre giustificato le loro valutazioni con tre elementi: l’assenza di provvedimenti per la crescita, la mancanza di coesione a livello comunitario, la incertezza della politica monetaria che, nonostante le iniziative isolate di Draghi, appare orientata esclusivamente alla stabilità.
In effetti, se vediamo l’evoluzione della crisi sono evidenti gli errori di gestione commessi dai Paesi  UE sotto la guida dell’asse franco tedesco, errori che hanno portato a risultati negativi e, nel contempo, paradossali.
La crisi è sorta negli Stati Uniti, dove i crolli finanziari si intrecciavano con problemi relativi alla economia reale e rendevano la situazione estremamente delicata. Eppure l’azione congiunta della Federal Reserve e del governo federale hanno consentito in tempi relativamente brevi di superare le difficoltà, di uscire dalla congiuntura negativa e di avviare una nuova politica di sviluppo con aumenti della produzione e dell’occupazione.L’Unione europea, invece, non aveva problemi strutturali. Era stata colpita solo di riflesso dalla crisi finanziaria e il sostegno alle banche aveva impedito in una prima fase che le conseguenze negative delle ondate speculative si trasmettessero all’economia reale.
Quando si è manifestato l’attacco alla Grecia, sarebbe stata sufficiente una ferma dichiarazione congiunta di difesa da parte dei ventisette o dei Paesi della zona euro per ridare stabilità ai mercati.
Invece, le incertezze della Merkel e le sue posizioni esitanti hanno dato margini di manovra impensati alla finanza d’assalto, con il risultato che il salvataggio della Grecia è avvenuto con due anni di ritardo ed è stato pagato a caro prezzo non solo dal pese ellenico, ma anche dagli altri partners europei che, direttamente o indirettamente, sono finiti quasi tutti sotto attacco.
Gli errori della Merkel sono evidenti e Sarkozy probabilmente ha pagato anche per il sostegno passivo alla linea della Germania. Che è stata oggetto di pesanti critiche anche da parte di Helmut Kohl, il più longevo dei premier tedeschi, artefice della riunificazione e padre politico dell’attuale cancelliera.
Oggi, la posizione della Germania è molto più debole, sia per il cambio all’Eliseo, sia per la crisi politica in Olanda, sia per l’espandersi della recessione anche alla Gran Bretagna, sia per gli stessi risultati delle elezioni in Grecia.
La Merkel, del resto, ha già iniziato una correzione di rotta che probabilmente è dovuta non solo alla sensazione di isolamento ma anche alla consapevolezza che, senza correttivi, la stessa Repubblica Federale sarà colpita dalla recessione che è ormai arrivata alle sue frontiere e interessa tutti i suoi principali partners commerciali.
Con la vittoria di Hollande si rafforza in modo decisivo il fronte che vuole una Europa diversa, più attenta alla economia reale e meno alle alchimie finanziarie, più sensibile ai problemi della produzione e dell’occupazione e meno alle esigenze delle banche e dell’alta finanza, più pragmatica e meno dogmatica.
Un'Europa nella quale l’equilibrio dei conti pubblici sia un mezzo non un fine, in cui lo sviluppo non sia affidato solo all’iniziativa economica privata ma sia anche il fine primario dell’azione di governo, in cui la finanza sia uno strumento al servizio dell’economia e non un mezzo per arricchimenti facili e operazioni spericolate ai confini della stessa legislazione penale.
Un’Europa in cui sia riaffermato il primato della politica, in cui l’autorità dello Stato e delle Istituzioni sovranazionali prevalga anche nei confronti di quella zona franca che è stata negli ultimi anni la grande speculazione finanziaria internazionale, in cui lo Stato e l’Autorità politica, a livello nazionale e sovranazionale, si riapproprino della funzione di regolatore ultimo delle attività economiche anche a livello dell’Unione e della comunità internazionale.
La vittoria di Hollande, infine, darà a Monti un ruolo centrale nella politica europea ponendo fine in modo definitivo alla marginalizzazione di cui il nostro Paese era stato oggetto con il governo Berlusconi.
Siamo certi che il Presidente del Consiglio saprà sfruttare l’opportunità per far prevalere una linea di equilibrio e finalizzata alla crescita, nell’interesse non solo dell’Italia, ma di tutti i Paesi dell’Unione europea.
Non a caso, Monti, nel primo colloquio con Hollande ha posto l’accento proprio sulla esigenza di una collaborazione stretta con la Francia “in particolare, in un quadro europeo, ai fini di una Unione sempre più efficace e orientata alla crescita” e Hollande ha risposto condividendo e auspicando una stretta cooperazione fra i due governi”.       

 

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