Quotidiano on line di politica, economia, cultura e informazione



Mercoledì, 5 Agosto 2020

Wisco

Presidente egiziano MorsiCondanna a morte per Terry Jones, il reverendo americano noto per avere bruciato in passato alcune copie del Corano, il libro sacro dell’Islam, suscitando con questo suo gesto  una grossa ondata di rabbia e sdegno nel mondo islamico. Pena di morte, sempre in contumacia, anche per altri sette imputati egiziani, fra registi, attori e produttori, nel processo sul film blasfemo su Maometto, “L’innocenza dei musulmani”, la cui produzione per intere settimane ha infiammato il mondo islamico, scatenando violente proteste in tutti i paesi arabi. Questi ultimi sono tutti copti ora residenti negli Stati Uniti. I giudici egiziani hanno chiesto al gran mufti l’autorizzazione per eseguire la sentenza di morte, come previsto dalla legge egiziana: sentenza che sarà comunque pronunciata il prossimo 29 gennaio.
Tra caos politico ed istituzionale, nel pieno della protesta contro il presidente Mohammed Morsi,  in Egitto è la volta delle sentenze di condanna a morte: quelle decretate per punire i blasfemi. Condanne inflitte, come affermato dal giudice Saif al-Nasr Soliman, “per aver insultato la religione islamica, prendendo parte alla produzione di un film che offende l’Islam e il suo profeta”. La pellicola, infatti, che ritrae Maometto come un imbroglione, un maniaco delle donne e un molestatore di bambini, ed i suoi fedeli come una banda di briganti sanguinari, aveva scatenato violente proteste in tutto il mondo arabo, finendo per ispirare gli attacchi alle sedi diplomatiche americane, tra le quali quella di Bengasi, in cui ha perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens. Per i giudici dall’Alta Corte per la sicurezza centrale egiziana non ci sono dubbi: il pastore della Florida, salito agli onori delle cronache per il suo folle gesto anti-Islam di dare alle fiamme alcune copie del Corano,  avrebbe aiutato i produttori della pellicola incitandoli, concordando con loro la produzione e la diffusione del film e fornendo loro anche sostegno economico. L’accusa per questo è di “insulto alla religione islamica e di minaccia all’unità nazionale”. 

 

Presidente Obama

La vittoria di Obama ha un profondo significato per il nostro Paese, dal momento che gli Stati Uniti influenzano tutto il mondo occidentale sia per il potere che esercitano sia perché spesso anticipano quello che succederà dopo alcuni anni in Europa e in Italia.
Obama ha vinto nettamente, contro tutti i sondaggi che prevedevano un esito incerto ed è stato premiato, al di là dei pronostici, anche dal voto popolare.
In realtà, i commentatori erano scettici sulle probabilità di rielezione perché i numeri dell’economia e della disoccupazione giocavano a sfavore del Presidente uscente. È vero che la crisi era iniziata quando alla Casa Bianca c’era ancora George Bush, ma è anche vero che Obama, in quattro anni, non era riuscito a superare la congiuntura sfavorevole.
E, in genere, in tutti i paesi, gli elettori, in casi del genere, puniscono il governo in carica. Il che è ancora più vero negli Stati Uniti, dove fra i due grandi partiti non ci sono differenze ideologiche e le urne premiano il candidato e il partito che viene considerato più adeguato ad affrontare i problemi del momento.
Questa volta è andata diversamente. I cittadini pur non essendo soddisfatti dei risultati della presidenza Obama lo hanno riconfermato, con un margine di consenso che è andato al di là di ogni previsione.
Per le analisi del voto ci vorranno dati più analitici di quelli disponibili a pochi giorni dalla consultazione.  Però, una prima valutazione è che gli americani hanno votato non tanto per quello che Obama è riuscito a fare, ma per quello che avrebbe voluto fare e che potrebbe fare nel prossimo quadriennio. Decisione resa più facile dalla personalità del suo avversario. 
Posti di fronte a una scelta che potrebbe rivelarsi decisiva per il futuro del paese gli elettori hanno rifiutato di affidare la presidenza  a un personaggio che in tutta la sua vita ha sempre anteposto gli interessi individuali a quelli collettivi.

tasse alla ChiesaIn tempi di crisi, si sa, ci si può aspettare di tutto. Ma che la Chiesa decida di “punire” con l’espulsione dalla comunità chi non paga le tasse, è a tutti gli effetti una decisione inimmaginabile. Accade in Germania, paese natale di papa Ratzinger, dove la sentenza di una Corte tedesca suona come un vero e proprio avvertimento per i fedeli cattolici.
Hartmut Zapr, un professore in pensione di diritto ecclesiastico, intraprende una battaglia contro la decisione dei vescovi tedeschi di “punire” chi non paga la tassa dell’8 per cento alla Chiesa. Harmut Zapr sostiene che è suo diritto restare cattolico senza pagare la tassa e per questo si rivolge alla Giustizia, presentando una denuncia.
I giudici di Leipzig, però, rigettano l’accusa del professore e decidono di non dargli ragione. Danno ragione invece ai vescovi, per i quali se sei un fedele cattolico  devi obbligatoriamente sborsare dei soldi per pagare la Kirchensteuer, una tassa da versare alla Chiesa se si è iscritti all’anagrafe come cattolici.Se non paghi, dunque, in Germania non puoi far parte della Chiesa. È questa in sostanza la scomunica a cui hanno pensato i vescovi tedeschi, avallati dai togati di Leipzig e, cosa ancor più sconcertante, dal Vaticano. La loro presa di posizione è chiara: visti i tempi di crisi, quei fedeli che non pagano alla Chiesa l’8 per cento previsto dalla legge, l’equivalente dell’8 per mille in Italia, non sono più considerati cattolici e non hanno più diritto a ricevere i sacramenti.

isole senkakuL’Estremo Oriente torna prepotente-mente alla ribalta della scena internazionale. Questa volta oggetto del contenzioso sono le isole Senkaku, semplici scogli disabitati teatro di una disputa territoriale tra Cina e Giappone. La sfida per il controllo di queste isole, che alcuni dicono essere ricche di gas naturale, risale in realtà alla seconda guerra mondiale che nell’area del Pacifico ha lasciato tutta una serie di questioni territoriali aperte, questioni che nel corso dei decenni si sono rinfocolate periodicamente.
L’elemento da esaminare, quindi, è probabilmente perché la crisi sia scoppiata proprio in questo periodo. Sia Giappone che Cina, infatti, stanno vivendo un momento non facile. Tokio è stata colpita duramente dalla crisi mondiale e sconta la pesante contrazione del mercato dell’auto e dell’elettronica, i due pilastri dell’economia nazionale.
Anche a Pechino la crisi si è fatta sentire. L’economia cinese, considerata da tutti un “rullo compressore” pronta a macinare altri record, è in una fase di forte rallentamento a causa del brusco calo delle esportazioni e con il rischio, tra l’altro, di portare a disordini sociali che in periodo di globalizzazione sono difficili da nascondere all’opinione pubblica.

manifestazione contro <stati UnitiHa un volto e un nome il regista del film “Innocence of Muslims”, la pellicola che, ridicolizzando il Profeta Maometto, ha scatenato la rabbia anti Usa in Medio oriente. Le ricerche degli investigatori americani, infatti, hanno scoperto che dietro la falsa identità di Sam Bacile si nasconde il volto di Nakoula Basseley. L’uomo, 55enne e cristiano copto residente a Los Angeles, è già conosciuto alle autorità giudiziarie, in quanto condannato per frode bancaria nel 2010.
Una volta identificato, l’autore del famoso film blasfemo su Maometto, colui che ha innescato manifestazioni in molti Paesi musulmani e causato l’uccisione dell’ambasciatore Usa in Libia, Chris Stevens, è stato sottoposto alla protezione della polizia di Los Angeles. Alcuni funzionari dell’amministrazione Usa, sotto copertura di anonimato, avrebbero raccontato come Nakoula Basseley, attualmente nascosto in un luogo segreto, abbia già ammesso di aver finanziato il film, negando però di esserne il regista: un aspetto, quest’ultimo, non ancora chiarito del tutto, e sul quale gli investigatori mantengono il riserbo.

francois hollandeLacrime e sangue anche per i francesi per risanare i conti dello Stato. Si chiama “agenda del risanamento” e potrebbe costare a Francois Hollande la fine di quell’entusiasmo popolare che ha contraddistinto la sua elezione a presidente. La stangata per il popolo francese è arrivata in diretta televisiva, quando l’inquilino dell’Eliseo ha annunciato che il prossimo anno le famiglie e le imprese dovranno pagare tasse per 20 miliardi di euro in più rispetto al previsto.
È un programma biennale “di sacrifici senza precedenti” ha annunciato lo stesso Hollande, per far sì che in due anni si possa recuperare il Paese, il lavoro, la competitività e costruire una società più umana e solidale. Il primo obiettivo sarà recuperare 33 miliardi di euro solo per il 2013, con lo scopo di rimettere i conti a posto e ridurre il deficit sino al 3 per cento.
Il peso di questa manovra graverà su tre elementi principali: le imposte sui più abbienti, il taglio al budget dei ministeri (esclusi quelli dell’Istruzione, degli Interni e della Giustizia) e tasse per le grandi imprese, ma solo se non reinvestiranno i propri utili. Nonostante ciò, il governo ha però garantito che creerà centomila posti di lavoro da qui fino alla fine dell’anno e che porterà avanti riforme strutturali nel campo del mercato del lavoro e in quello degli ammortizzatori sociali.

Premier CanadaMossa a sorpresa da parte del Canada, che con un doppio colpo ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Iran e ha inserito tanto l’Iran quanto la Siria nella lista dei Paesi “che appoggiano il terrorismo”.
 A dare l’annuncio è stato il ministro degli Esteri di Ottawa, John Baird: alla base di questa duplice decisione vi sono i timori canadesi sul controverso programma nucleare iraniano, sull’aiuto militare offerto da Teheran al regime siriano e sulle continue minacce da parte iraniana contro Israele. In altre parole, ha spiegato il ministro Baird, all’origine di questa scelta vi è la convinzione che il governo iraniano rappresenti “la minaccia odierna più significativa alla pace globale e alla sicurezza nel mondo”, in particolare per le sue ambizioni nucleari e il suo ruolo nella crisi siriana. È proprio alla luce di ciò che il Canada, alleato fedele di Israele, ha decretato la chiusura della propria ambasciata in Iran e ha deciso di espellere tutti i diplomatici iraniani che ancora sono in Canada: gli otto diplomatici canadesi di stanza a Teheran, infatti, hanno già lasciato la città asiatica, mentre i 17 diplomatici iraniani hanno cinque giorni di tempo per partire.


obamaObama tenta il rilancio a Charlotte. Oggi, infatti, nella città della North Carolina si apre ufficialmente la convention democratica, che segue di qualche giorno quella repubblicana di Tampa, in una situazione quanto mai confusa.
Secondo gli ultimi sondaggi si profila un testa a testa tra Obama ed il suo sfidante, Mitt Romney, tanto che molti commentatori ritengono che saranno decisivi i tre confronti televisivi previsti nel mese di ottobre. È quindi presto per fare qualunque previsione e, tuttavia, è già possibile fare un primo bilancio, in quanto stanno già emergendo i punti deboli e quelli di forza dei due candidati.
Il presidente uscente è indubbiamente in una posizione non facile. Obama, infatti, nel 2008 era “il nuovo che avanza”, rappresentava cioè un’immagine della politica estranea ai “giochi di palazzo” ed aveva per questo un grande seguito tra i giovani, soprattutto tra chi votava per la prima volta. Oggi, a distanza di quattro anni, questa immagine si è appannata. In particolare il leader democratico sconta la crisi economica, che continua nonostante le politiche anticicliche messe in atto. Obama si trova inoltre nella scomoda situazione di essere troppo moderato per gli elementi più radicali del proprio elettorato e troppo di sinistra per tutti gli altri. Ha però dalla sua alcuni importanti successi in politica estera e la possibilità di “scaricare” sul Congresso a maggioranza repubblicana, in particolare sul “Tea party” e sulle sue politiche ostruzionistiche, i fallimenti a cui è andato incontro. 

AssadIl presidente egiziano Morsi parte all’attacco del regime di Damasco. Nella conferenza dei paesi non allineati, tenutasi a Teheran, il leader del Cairo ha infatti attaccato duramente il governo di Assad, appoggiando apertamente le fazioni ribelli. Questo atteggiamento era in parte atteso, essendo Morsi esponente dei “Fratelli Musulmani” egiziani, partito gemello di quello siriano. Tuttavia, una presa di posizione così netta è andata al di là delle aspettative, introducendo un nuovo elemento nella già fluida situazione mediorientale.
L’Egitto del nuovo corso post Mubarak si sta infatti muovendo in maniera difficilmente comprensibile, fuori dagli schemi tipici degli ultimi anni. Il Cairo da una parte ha aperto la strada del potere ad elementi islamici, appoggiandoli diplomaticamente anche all’estero, come nel caso appunto della Siria, dall’altra ha represso le forze estremiste, come nelle recenti operazioni militari nel Sinai, con una durezza tale da lasciare stupefatti addirittura i militari israeliani.
Viene quindi da chiedersi da che parte stia andando l’Egitto, se verso un forma di governo con elementi di fondamentalismo oppure verso uno Stato che mantenga comunque una impostazione fondamentalmente laica.

ron paulIl leggendario autolesionismo che negli anni ha contraddistinto il centro-sinistra italiano, definito da alcuni la “sindrome di Tafazzi”, dal nome di un personaggio di uno sketch comico degli anni novanta, è stato esportato in America. Negli Usa, infatti, sembra aver colpito principalmente il partito repubblicano, almeno a giudicare dalle recenti, più importanti scelte politiche del “Grand Old Party”.
In particolare, la nomina di Ron Paul come candidato alla vicepresidenza è il fatto che merita di essere esaminato con maggiore attenzione. Si tratta infatti di un candidato proveniente dalle file della destra del partito, l’area definita del “Tea Party”, che già nel 2008 espresse il candidato alla vicepresidenza con la scelta, poi rivelatasi fallimentare, di Sarah Palin.
Ora, dopo quattro anni, la storia si ripete ed i repubblicani si affidano ancora una volta ad un convinto fautore di uno stato “leggero”, nella convinzione di proseguire nel solco disegnato da Reagan negli anni ottanta (“Lo Stato non è la soluzione, lo Stato è il problema”). 

Julian-Assange-Al di là dell’opinione che si può avere di Assange, che per alcuni è un eroe della libertà di informazione, per altri un pericolo pubblico, quello che sta succedendo in questi giorni è molto grave.
Come è noto, il patron di Wikileaks si è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador per sfuggire alla giustizia inglese  che vorrebbe estradarlo in Svezia per un processo per un duplice presunto stupro. Assange dice di non temere tanto la giustizia svedese quanto una possibile estradizione negli Stati Uniti, dove lo attenderebbe un processo per tradimento e rivelazione di segreti militari nel quale rischierebbe la pena di morte.
L’Ecuador ha preso sul serio il pericolo e ha concesso il diritto di asilo ad Assange.
La risposta del governo inglese è stata incredibile. Contestazione del diritto di asilo, teorie strane sulla non inviolabilità delle sede diplomatica, pressioni inconsulte sul governo ecuadoregno per ritirare il provvedimento, minacce di inviare la polizia nell’edificio per catturare il fuggitivo.

Bashar Al AssadAd ormai un anno dall’inizio della protesta anti-Assad, la situazione in Siria peggiora di momento in momento.
La crisi politico-militare di Damasco sembra ormai fuori controllo e molti osservatori ritengono che il regime del presidente Bashar Al Assad sia ormai sull’orlo del disfacimento.
Una analisi più approfondita, tuttavia, porta a conclusioni diverse. Se da un lato è vero che le forze lealiste hanno subito duri colpi, è purtroppo altrettanto vero che l’ossatura del potere di Al Assad è ancora integra. Come per il colonnello Gheddafi, anche la forza del presidente siriano si fonda su una serie di alleanze di natura tribale, che risalgono, in alcuni casi, ad un periodo addirittura precedente alla dominazione ottomana.
Al Assad è un alawita, una minoranza religiosa di cui fanno parte tutti gli esponenti più importanti del regime ed a cui appartengono le forze maggiormente impegnate nella repressione.
Il regime, infatti, non ha in realtà impiegato tutto l’esercito nella guerra civile in corso ma, prudentemente, per paura di defezioni che si sono comunque verificate anche in numero considerevole, solo i reparti di elite che sono appunto interamente alawiti. Anche l’aviazione siriana è stata pesantemente impegnata ed infatti non è un caso che Hafez Al Assad, padre di Bashar e suo predecessore alla guida del paese, provenisse proprio dalle fila dell’aeronautica militare, considerata uno dei baluardi del regime. 
Ne consegue che sul campo le forze praticamente si equivalgono, con i lealisti, da un lato, che non possono impiegare tutta la potenza di fuoco di cui dispongono, e con i ribelli. dall’altro, che, nonostante i progressi compiuti, non hanno ancora la capacità di sferrare il colpo decisivo.

 Riyad Farid HijabNuovo e duro colpo per il presidente siriano Bashar al-Assad, abbandonato questa volta dall’ormai ex Primo Ministro Riyad Farid Hijab, che ha deciso di fuggire dal Paese per rifugiarsi in Giordania. Questa nuova defezione giunge dopo quella, nelle scorse settimane, di almeno 27 generali e tre diplomatici originariamente appartenenti alla squadra di Assad, che hanno poi deciso di lasciare il presidente. Ma quello del premier  Riyad Farid Hijab è forse l’abbandono più clamoroso fra quelli degli esponenti più in vista del regime siriano. A confermare la notizia della sua fuga sono state diverse fonti, tra le quali gli stessi servizi segreti di Amman, per il quali l’ex premier avrebbe lasciato la Siria accompagnato non solo dai suoi familiari, ma anche da altri due ministri e da tre alti ufficiali delle Forze Armate. Sarebbe stato lo stesso Hijab, inoltre, a far sapere di aver preso tale decisione già “da diversi mesi”.
L’ex primo ministro ha denunciato un vero e proprio “genocidio” da parte del regime e ha comunicato la sua volontà di schierarsi con i rivoltosi.
Per i ribelli, la fuga del premier altro non è che la riprova di come il regime di Bashar al-Assad si stia “disintegrando” e si avvii a crollare.

Kofi AnnanÈ stato l’ideatore del piano di pace in sei punti e di una tregua che però è subito apparsa fragile. Su di lui la comunità internazionale aveva riposto le proprie speranze, ma oggi Kofi Annan si è ufficialmente dimesso dall’incarico di inviato speciale di Onu e Lega Araba, carica che aveva assunto lo scorso 23 febbraio nel tentativo di trovare una soluzione alla crisi siriana. A dare la notizia con “profondo rammarico” è stato il segretario generale dell’Onu  Ban Ki-moon. Di fatto il suo mandato è scaduto il 31 agosto, ma è stato lo stesso Annan a far sapere di non avere nessuna intenzione di rinnovarlo. Lapidarie, infatti, sono state le sue parole: “Non ho ricevuto tutto il sostegno che la causa siriana meritava. Esistono divisioni in seno alla comunità internazionale che hanno ostacolato il mio compito”. Mentre sono già iniziate le consultazioni con il segretario generale della Lega Araba Nabil el Araby per designare un successore, purtroppo la spirale di violenza in Siria continua e la battaglia per Aleppo registra ogni giorno nuovi sviluppi. Dopo essere riusciti a impadronirsi di un carro armato governativo, infatti, i ribelli ne hanno puntato il cannone contro la base aerea di Menagh, una trentina di chilometri a nord-ovest della capitale del Nord, bombardandola.

Jorge VidelaSono trascorsi più di 20 anni, ma alla fine giustizia è stata fatta. Sentenza storica in Argentina, dove due ex dittatori sono stati condannati per il caso dei cosiddetti “bambini rubati”: i figli dei desaparecidos uccisi dalla giunta militare che venivano affidati a soldati e ufficiali delle forze armate, senza avere la possibilità di conoscere la propria vera identità e la propria famiglia di origine.

bashar al assadL’abbattimento del jet turco, lo scorso 22 giugno, da parte della contraerea siriana altro non è stato che un incidente involontario, sul quale Damasco oggi esprime il suo rammarico: parola di Bashar al Assad, che a distanza di giorni interviene nel tentativo di gettare acqua sul fuoco delle polemiche divampate tra il paese turco e quello siriano.

François HollandeNiente più gelo, a quanto pare, tra Ankara e Parigi: le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, infatti, a differenza degli anni di Nicolas Sarkozy  alla guida della Francia, starebbero migliorando.
A testimonianza di ciò due decisioni adottate dal governo turco: la prima riguarda la tanto discussa legge, adottata a dicembre dal Parlamento francese, contro il negazionismo del genocidio armeno del 1915, in seguito alla quale si erano definitivamente incrinati i rapporti tra Turchia e Francia. Oggi, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan fa sapere che il governo di Ankara ha deciso di revocare le sanzioni contro la Francia disposte proprio dopo l’adozione di tale legge. Tra le punizioni che la Turchia aveva deciso, vi era tra l’altro il richiamo dell’ambasciatore turco a Parigi, la sospensione delle operazioni bilaterali e internazionali con la Francia e la chiusura dei porti turchi alle navi militari francesi.
Che le relazioni tra i due Paesi stiano migliorando, inoltre, lo si capisce anche dalla seconda decisione adottata dal governo turco: il premier, infatti, dopo aver incontrato  in Brasile il nuovo presidente francese Francois Hollande, ha deciso di invitarlo in visita ufficiale in Turchia.

centrale nucleare giapponeseÈ ufficiale: il Giappone ritorna al nucleare, e lo fa ripristinando i reattori numero 3 e 4 della centrale di Ohi, una città della prefettura di Fukui. La decisione, anticipata la scorsa settimana dal primo ministro giapponese, è stata formalizzata, nonostante la contrarietà dell’opinione pubblica, ancora  fortemente traumatizzata dal disastro della centrale di Fukushima del marzo 2011.
In effetti, dopo quello che il Paese nipponico si è ritrovato a vivere e visto che ancora fa i conti con le conseguenze del’incidente di Fukushima, nessuno avrebbe mai immaginato che le autorità potessero optare nuovamente per l’energia nucleare con tanta facilità e in un così breve tempo.
I due reattori in questione erano stati chiusi dopo il disastro di Fukushima per controlli di sicurezza: a seguito del terremoto/tsunami, infatti, il governo giapponese aveva disposto la chiusura di tutti gli impianti del Paese. La decisione di far ripartire i due reattori della centrale di Ohi, viene fatto sapere dal premier giapponese, è una scelta quasi “obbligata”: per riprendere la produzione di energia elettrica, soddisfare la domanda di energia del Giappone e quindi evitare i rischi di blackout. Il timore presentatosi, dunque, era quello di un’insufficienza di energia elettrica quando in estate i consumi aumenteranno per l’aria condizionata.   

Ahmed ShafiqVita breve per il neonato Parlamento egiziano, sciolto ad appena sei mesi circa dalla sua elezione. La Corte Costituzionale egiziana, infatti, ha dichiarato “nullo”, e quindi da rifare, il voto: nel mirino di questa decisione vi è la legge elettorale con la quale il popolo egiziano è stato chiamato alle urne nelle ultime elezioni parlamentari, sulla quale la Corte ha decretato l’incostituzionalità. “La decisione di sciogliere l’intera Assemblea – ha spiegato il presidente della Corte Costituzionale stessa, Farouk Soltan - deriva dal fatto che la legge elettorale è contraria alla Costituzione.
Spetta ora all’esecutivo indire le nuove elezioni per riassegnare tutti i seggi”.Non è questa l’unica decisione importante adottata oggi dalla Corte Costituzionale egiziana.
La seconda disposizione riguarda il ballottaggio delle elezioni presidenziali, che si terrà il prossimo fine settimana: al riguardo, la Corte ha convalidato la candidatura di Ahmed Shafiq, già premier durante l’era Mubarak e sfidante del candidato della Fratellanza, Mohammed Morsi, decretando come “incostituzionale” anche la legge “di isolamento politico” per gli esponenti dell’ex regime di Hosni Mubarak.

hosni mubarakSentenza storica in Egitto, dove il Tribunale del Cairo ha condannato all’ergastolo l’ex presidente egiziano Hosni Mubarak. La sentenza mette la parola fine, dopo dieci mesi di udienze, al processo all’ex rais, per il quale l’accusa aveva chiesto la pena di morte. Mubarak doveva rispondere di corruzione e dell’accusa di aver ordinato la repressione contro i manifestanti pacifici della Rivoluzione del 25 gennaio, repressione che era costata la vita a ben 850 persone. Quella del Tribunale del Cairo è a tutti gli effetti una sentenza dalla portata storica, in quanto Hosni Mubarak è il primo capo di uno Stato arabo che finisce in carcere a seguito di una sentenza emanata da un Tribunale del suo popolo. L’ex rais è arrivato in aula, immobile su una barella, con lo sguardo coperto dagli occhiali da sole e molto dimagrito. Ad attenderlo c’erano i suoi coimputati, i figli, Alaa e Gamal, il suo ministro dell’Interno ai tempi della rivolta Habib al-Hadly, e sei suoi stretti collaboratori dell’epoca. Anche l’ex ministro dell’Interno, per il quale l’accusa aveva chiesto la pena di morte, è stato condannato all’ergastolo, essendo stato riconosciuto,  allo stesso modo, colpevole di aver ordinato di sparare sulla folla.   
La corte ha, invece, assolto gli altri sei collaboratori di Mubarak.

Hollande e ObamaQuelle di Francois Hollande durante la campagna elettorale non erano promesse politiche fini a se stesse, confezionate ad hoc solo per “acchiappare il voto” degli elettori. Una a una, infatti, il nuovo presidente francese le sta rispettando tutte.
Dopo il taglio del 30 per cento degli stipendi (provvedimento già varato nel primo consiglio dei ministri e che va a colpire tanto il suo salario, quanto quello del premier e di tutti i ministri), il neo presidente è subito passato all’azione su un altro tema caldo della politica francese: l’impegno militare in Afghanistan.
Per la seconda volta nel giro di poche settimane dalla sua elezione, fedele a quanto sostenuto in campagna elettorale, Hollande è passato dalle parole ai fatti. Piaccia o no al presidente americano Barack Obama, che, almeno in pubblico, per il momento non ha voluto drammatizzare sull’annuncio fatto dall’omologo francese, la Francia ritirerà le sue truppe dall’Afghanistan entro e non oltre la fine dell’anno. “Ho detto al presidente Obama – ha affermato il leader socialista – che ritireremo le truppe per la fine del 2012. Ho assicurato – ha ribadito – che avrà comunque sempre il nostro sostegno, ma in altre forme”. 

angela merkelIl crollo della CDU nelle elezioni nel Nord Reno Westfalia , la più popolosa regione della Repubblica Federale ( - 8 per cento rispetto alle precedenti elezioni) potrebbero segnare l’inizio della fine politica della cancelliera Merkel. Una fine politica che segue il fallimento della sua politica economica che ha portato all’isolamento della Germania in Europa e a conseguenze negative per tutti i paesi della zona euro.
Anche gli elettori tedeschi si sono resi conto che il rigore cieco non porta da nessuna parte e che, se perseguito senza correttivi, avrebbe effetti negativi non solo per gli altri paesi della zona euro ma anche per  l’economia renana.
Gli elettori tedeschi arrivano quasi ultimi a questa valutazione. Prima lo stesso giudizio è stato dato dagli altri governi della Ue, dalla Commissione europea, dal Fondo Monetario Internazionale, dal governo degli Stati Uniti, da tutte le agenzie di rating, dai mercati, dal cancelliere della riunificazione e padre politico della Merkel, Helmut Kohl.

Presidente HollandeSembra iniziare con il piede giusto il cammino di François Hollande all’Eliseo. Il debutto del nuovo presidente alla guida della Francia, così come lui stesso aveva più volte ripetuto nei mesi di campagna elettorale, comincia con una mossa intelligente, che di sicuro piacerà ai suoi sostenitori, ma anche a chi non credeva nella sua vittoria: quella di tagliarsi lo stipendio del 30 per cento, vale a dire da 19.331 a 13.532 euro netti al mese. Sarà proprio questa una delle misure che il neo presidente francese adotterà ufficialmente in occasione del prossimo Consiglio dei ministri, il 16 maggio, all’indomani del passaggio di consegne all’Eliseo.
Caleranno del 30 per cento, a quanto pare, anche le retribuzioni di tutti i membri del governo e quella del primo ministro. In altre parole, neppure il tempo di finire la bottiglia di champagne, che il nuovo presidente francese già prende le forbici e taglia i costi dei politici e dei dirigenti pubblici. A iniziare ovviamente da se stesso. 

HollandeCon la vittoria di Francois Hollande alle presidenziali di Francia cambia uno dei protagonisti di primo piano della politica europea.
La cancelliera tedesca già isolata da tutti gli altri stati nella sua ostinata politica di solo rigore, contestata anche dalla Commissione europea, dalla BCE e dal Fondo Monetario Internazionale, nonché dal governo USA, perde l’unica sponda che le consentiva di reggere agli attacchi concentrici di tutti i governi della UE.
Hollande ha già dichiarato che chiederà di rinegoziare il fiscal compact che impone rigide misure di austerità, deleterie in un momento di bassa congiuntura o di recessione per tutti i paesi dell’Unione. Probabilmente, più che rinegoziare, il nuovo Presidente francese, d’intesa con Monti e con gli altri Paesi UE, proporrà di avviare una politica per lo sviluppo di cui tutta l’Europa, e forse tutto il mondo, è convinto ci sia assoluto bisogno.

asma assadLa comunità internazionale stringe ulteriormente la morsa sul regime siriano. I 27 ministri degli Esteri della UE, infatti, hanno varato una nuova tornata di sanzioni, che, questa volta, vanno a colpire le donne legate al presidente Bashar al-Assad: nella lista delle restrizioni compaiono così i nomi della moglie di Assad, la First lady siriana Asma, della madre, la potente Anissa, della sorella Bushra e della cognata. A tutte sarà vietato l’ingresso  nei Paesi Ue e saranno congelati i beni. La delibera UE colpisce anche il ministro dell’Elettricità e quello dell’Amministrazione locale, cinque sottosegretari, un uomo d’affari e due società siriane.  

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information