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Mercoledì, 5 Agosto 2020

Wisco

giorgio benvenuto

Giorgio Benvenuto

Matteo Renzi, ancora una volta si dimostra uno scaltro e abile comunicatore, con molte marce in più rispetto ai suoi avversari politici esterni ed interni.
Con la trovata shock dei 50 miliardi di tasse in meno in cinque anni, pari a tre punti di PIL, ha sbaragliato il campo. Gli interlocutori del centrodestra invece di sottolineare criticamente la genericità delle coperture alla manovra si sono abbandonati solo a recriminare la loro primogenitura.
La sinistra, invece, è caduta nella trappola; non si libera dall’etichetta di “partito delle tasse”; non riesce a dimenticare Padoa Schioppa (il Ministro dell’Economia che nell’ultimo Governo Prodi aveva affermato entusiasta che le “tasse sono bellissime”); si conferma come il partito assetato di gettito fiscale.
"È un patto con gli italiani. Abbiamo sempre detto che finalmente dopo tanti anni di immobilismo si può”. Lo dice il presidente del Consiglio Matteo Renzi al Tg2.

 Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto 

L’articolo 1 della Costituzione conserva intatta tutta la sua forza. Diceva Hannah Arendt: “Non c’è niente di peggio di una società fondata sul lavoro ma senza lavoro”. Il tema del lavoro negli anni del dopoguerra è stato centrale nella vita del Paese. Lo disse Riccardo Lombardi in un intervento all’Assemblea Costituente: “Non c’è nessun altro problema in questo momento, compreso quello dei salari, che sia così essenziale come quello della disoccupazione… Ora il problema dei disoccupati non si può affrontare con i metodi dell’ordinaria amministrazione, voglio dire con il metodo degli espedienti anche costosi, con il quale è stato affrontato fino ad oggi. Non può questo problema, che è anche morale oltre che politico, avere la stessa natura, lo stesso rilievo di tutti gli altri… Si sacrifichi qualunque altra cosa, si sacrifichino anche dei principi, ma il problema della disoccupazione deve essere risolto”.

 Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto

All’Hotel Sofitel Legend Le Grand Amsterdam si è tenuta la prima assemblea della FCA; vi hanno partecipato dieci azionisti. Gli interventi in italiano sono stati ammessi, ha detto il Presidente John Elkan, solo in via eccezionale, visto che per la FIAT è la prima riunione fuori dall’Italia. Elkan ha anche sottolineato che con la nascita della FCA “tutto è cambiato per sempre”.

I soci hanno impiegato meno di due ore per approvare tutti i punti all’ordine del giorno, dai conti 2014 al rinnovo del consiglio. Exor – la holding quotata dalla famiglia Agnelli – controlla FCA con il 29,19% del capitale FCA e il 44,31% dei diritti di voto; grazie al meccanismo delle deleghe era presente il 59% delle azioni ordinarie e il 68,5% circa dei diritti di voto. I soci di minoranza della Fiat Chrysler hanno bocciato la politica di remunerazione del gruppo e in particolare il superpremio assegnato a Sergio Marchionne. La votazione sui “premi per gli amministratori esecutivi” è stata infatti approvata con circa 919 milioni di voti a favore, pari all’80% circa dei diritti di voto, contro 226 milioni di voti contrari; poiché Exor controlla circa 743 milioni di voti, il numero dei favorevoli tra i soci di minoranza è pari a 176 milioni. A fine 2014 il Consiglio di Amministrazione aveva assegnato a Marchionne premi straordinari per un valore complessivo di 60 milioni di euro, parte dei quali incassabili a fine mandato.

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto

Per Bruno Buozzi il riformismo non è il “metodo”, non è il rifugio nel “quotidiano” ma è la consapevolezza di essere, sempre, nell’azione sindacale e in quella politica, ancorati ad una visione strategica.
Due esempi fra i più noti possono essere illuminanti. Il primo: Buozzi, Segretario Generale della FIOM visse i giorni drammatici della occupazione delle fabbriche, ma ad essi, senza piegarsi alle tesi massimaliste, cercò di dare un duplice sbocco positivo: uno sbocco “democratico” sul piano politico, uno sbocco “concreto” sul piano sociale con il miglioramento delle condizioni generali e retributive dei lavoratori.
Il secondo: il riformismo per Buozzi non è una politica grigia per i tempi della transizione. Tra lo scetticismo generale e senza nessun aiuto, Buozzi fa vivere e poi rivivere a Parigi la Confederazione Generale del Lavoro, di cui è divenuto Segretario Generale, quando il fascismo sta vibrando in Italia gli ultimi, decisivi colpi alla democrazia politica e alle libertà sindacali e civili.
Buozzi, insomma, dimostra che anche un riformista può affrontare con coraggio battaglie ideali mai “perdenti”; che “perdenti” non sono state poi, se è vero come è vero, che gli ideali del riformismo rimasero radicati nel cuore di tanti lavoratori prima nella resistenza al fascismo e poi nella ricostruzione del sindacato unitario.

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di Giorgio Benvenuto

È sempre più impervia la strada per uscire dalla crisi. Facciamo fatica. L’Italia non riesce a realizzare il cambio di passo.
L’Europa deve essere diversa. Le soluzioni “uscire dall’Euro” o “la creazione di due eurozone” sono velleitarie ed incongrue. La realizzazione dell’Europa deve andare avanti. Deve essere raggiunta una maggiore e migliore omogeneizzazione delle politiche sociali, energetiche, fiscali. Le differenze tra i sistemi fiscali, istituzionali, sociali, stanno portando al nomadismo delle imprese alla ricerca delle situazioni più vantaggiose negli Stati dell’Unione (un esempio clamoroso è il caso della Fiat).
Occorre far prevalere la cultura della solidarietà e della coesione. L’Italia deve superare ed archiviare i luoghi comuni che hanno prevalso negli ultimi anni:”lo vuole l’Europa”, “bisogna battere i pugni sul tavolo”, “occorre più Europa”.
Vanno create le condizioni dello sviluppo e va definito un progetto affinché l’Unione sia migliorata, sia coesa, sia capace di superare una fase ormai troppo lunga di ristagno e di austerità.

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi sta modificando profonda-mente il modo di governare il nostro paese. Spariglia le carte. Le proposte si rincorrono le une dopo le altre. La sfida è lanciata per smuovere il paese dalla apatia, dalla rassegnazione, dall' immobilismo. Per anni siamo stati abituati a governi che di fatto spiegavano perché non era possibile cambiare; per anni siamo stati chiamati a sostenere sacrifici sempre più pesanti; per anni sono state promesse riforme che non hanno mai visto la luce; per anni si è parlato senza costrutto di equità, di lavoro, di sviluppo. Ora Renzi si propone per farci uscire da questa palude.  Lancia la sfida del cambia-mento. Ha chiara l’insofferenza degli italiani per la politica. Indica con efficacia i punti di crisi. Annuncia con coraggio le soluzioni indicando i tempi del cambiamento. Rivoluziona la comunicazione. Colpisce l’immaginazione. Stupisce. Vuole una rivoluzione in un rapporto diretto con i cittadini. Al pessimismo cosmico del centro-sinistra e dei governi dei tecnici contrappone un’energia quasi frenetica nel fare, nel superare gli steccati, con una tecnica comunicativa che richiama e perfeziona quella di Berlusconi all’inizio della sua avventura politica (portare le pensioni minime ad un milione di lire e realizzare un milione di nuovi posti di lavoro).

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto  

Il 14 febbraio 1984 il governo presieduto dal segretario del Psi, Bettino Craxi, varò un decreto che portò al taglio di quattro punti di contingenza. L’obiettivo era quello di riportare sotto controllo un’inflazione che in Italia aveva raggiunto livelli quasi sudamericani, sfondando, qualche anno prima, addirittura la soglia psicologica (ma anche economica) del venti per cento. Quel decreto scatenò una vera e propria guerra a sinistra. Da un lato i socialisti al governo, dall’altro i comunisti all’opposizione. In mezzo, il sindacato, la Uil, la Cisl ma, soprattutto, la Cgil che più degli altri si ritrovava nell'occhio del ciclone per la posizione inflessibile assunta dal segretario generale del Pci, Enrico Berlinguer.  Al di là delle polemiche, quel decreto fu invece lo strumento attuativo di un accordo sindacale a cui una parte (l’ala comunista della Cgil) non aderì. Ma è incontestabile che il provvedimento sia stato il prodotto di un negoziato lungo, complesso, difficile, che ha determinato una divisione con indubbie conseguenze sull'evoluzione dei rapporti tra le Confederazioni. Tutta l’impalcatura unitaria che era nata con le lotte dell’Autunno Caldo (dalla Federazione Lavoratori Metalmeccanici alla Federazione Unitaria Cgil-Cisl-Uil) venne giù come un castello di carta, investita dallo tsunami degli interessi di parte, soprattutto politici. Sembrava una rottura irrimediabile. Invece, non fu un addio perché le Confederazioni, dopo aver organizzato un paio di feste del lavoro separatamente, ritrovarono le ragioni (o almeno una parte) dell'unità d'azione nelle cose da fare, negli interessi da difendere, nelle battaglie da combattere (ad esempio, quella per un fisco giusto).

di Giorgio Benvenuto

In una intervista ad Enzo Biagi a RaiUno nel 1988 Gianni Agnelli ricordava come la Fiat avesse raggiunto sotto la sua guida tanta potenza ed un ruolo di dimensioni mondiali, grazie a suo nonno, il fondatore, e a Vittorio Valletta. Sottolineava, in quella intervista, l’Avvocato le sue relazioni internazionali: “De Gaulle, un modo di ragionare, un piglio, una maniera di esprimersi che mi colpiva. Mi intimoriva. Kennedy aveva pochi anni più di me, c’era un rapporto personale, il padre rappresentava gli Stati Uniti a Londra e lui aveva studiato alla School of Economics e come tutti i cattolici irlandesi non amava gli inglesi, ma l’Europa la conosceva e la capiva. Tito, un uomo coraggioso, con una visione di politica internazionale non comune: si batteva a Cuba prima di morire, tra i non allineati, contro le posizioni di Fidel Castro e di Gheddafi. Di Reagan colpisce il garbo e l’estrema facilità nei rapporti: sia in quelli diretti, come, attraverso il grande teleschermo, col grande pubblico”. E Giovanni Agnelli in quella intervista riconosceva, con orgoglio, che la storia della Fiat è quella della motorizzazione italiana.

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto  

La globalizzazione senza regole, all’insegna di una sfrenata competitività basata sul dumping sociale, sta mettendo fuori gioco l’Europa ed in particolare l’Italia. Quando i salari nei paesi del terzo mondo sono da cinque, dieci a venti volte più bassi delle retribuzioni italiane; quando non esistono vincoli ambientali; quando vengono sistematicamente violati i diritti dei lavoratori, con particolare accanimento nei confronti dei minori e delle donne; quando non funzionano i sindacati, è inevitabile che l’attività manifatturiera si dislochi dove il lavoro costa meno per gli aspetti salariali, per le politiche fiscali, per le norme burocratiche. La globalizzazione senza regole determina disoccupazione, stagnazione, recessione. L’Italia in Europa fatica a fronteggiare la situazione. Il debito pubblico si è gonfiato nonostante gli energici interventi dei Governi Monti e Letta & Alfano. Il peso della burocrazia schiaccia inesorabilmente ogni tentativo per uscire dal pantano. Il peso delle tasse continua a crescere. Il sistema del welfare è in crisi: le pensioni vengono pagate poco e male; il sussidio ai disoccupati è incerto e modesto; il sistema sanitario non è più in grado di essere universale. La struttura delle istituzioni  è obsoleta e superata. La Costituzione disegna un’architettura statale arcaica e quindi inadeguata per affrontare in tempi rapidi la nuova situazione economica e sociale creata dalla finanziarizzazione e dal mercato. Abbiamo perso venti anni.

giorgio benvenuto      

di Giorgio Benvenuto

La legge di stabilità varata per il triennio 2014-2016 in realtà è una legge di immobilità.
I provvedimenti previsti (simbolica riduzione della pressione fiscale, limitata al 2014; tagli estesi al welfare, pensioni, sanità, pubblico impiego; irrisori interventi per favorire gli investimenti) non sono adeguati ad una politica di rilancio dell’economia. La prospettiva è quella di una ulteriore fase di ristagno per i prossimi anni. La legge di stabilità è figlia del “pensiero corto". Si è dimenticato il passato. Si ripetono discorsi ormai superati. Non c’è la capacità di proiettarsi verso il futuro. Il processo decisionale, come ha amaramente sottolineato Valerio Selan, è paragonabile a quello del popolo delle scimmie che ogni giorno, come precisa Mowgly nel Libro della giungla di Kipling, ripete gli errori di quello precedente perché è privo di memoria,
A monte c’è l’organica incapacità di svolgere in Europa un ruolo di pari dignità con gli altri paesi. Il tetto del 3% del deficit sul PIL impedisce lo sviluppo. Altri paesi, come la Francia e la Spagna, sono stati autorizzati a superarlo; noi no. L’Italia non è credibile. Eppure siamo i terzi finanziatori dell’Unione Europea e da dodici anni versiamo di più di quello che ci viene restituito.
Il Governo Letta & Alfano si vanta di aver scritto la legge di stabilità senza che gli siano state dettate le misure. E' vero. Non ce n’era bisogno. L’Europa sapeva e sa che le conoscevano a memoria.
L’Italia è prigioniera del debito pubblico. E’ aumentato nonostante le politiche di austerità praticate negli ultimi anni. Pesante l’eredità lasciata dal Governo Monti: ha fatto lievitare il rapporto tra debito e PIL sino al massimo storico del 130 per cento.

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 di Giorgio Benvenuto

Il federalismo fiscale all’italiana è un grande pasticcio. La leggerezza, l’improvvisazione e l’opportunismo hanno determinato una politica economica, fiscale e sociale mostruosa.
L’intenzione era quella di passare da una gestione centralizzata dello Stato ad una sua articolazione con la valorizzazione delle autonomie locali responsabilizzandole nell’esercizio delle loro prerogative.
L’obiettivo era quello di razionalizzare il sistema fiscale, di semplificare le decisioni, di tagliare le spese improduttive, di riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Così non è stato. Così non è.
La riforma della Costituzione con la realizzazione della cosiddetta legislazione concorrente tra Stato e Regioni su una serie consistente di attività ha determinato il caos, l’incertezza, la paralisi. La Corte Costituzionale è impegnata in grande prevalenza a dirimere conflitti di competenza che si moltiplicano all’infinito. La conseguenza è la paralisi dell’economia. Non si conoscono gli interlocutori: per chi vuole intraprendere una qualunque attività si profila un assurdo “gioco dell’oca”. Gira e rigira si torna sempre alla casella di partenza.

di Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto

È uno scenario economico inquietante. La ripresa è di là da venire. C’è qualche miglioramento. E’ millimetrico. Nel primo trimestre del 2013 il PIL è calato dell0 0,6%; nel secondo trimestre il calo è solo dello 0,2%. Poco. L’economia stenta a riprendersi. L’occupazione diminuisce. Si riaccende l’inflazione.
Le convulsioni politiche condizionano fortemente il Governo. I provvedimenti più importanti sono rinviati all’autunno. Lo scontro sulla giustizia distoglie l’attenzione sui gravi problemi economici e sociali, che ormai si stanno incancrenendo. Cosa fare? Cosa proporre?
La questione dirimente è quella fiscale. Lo Stato ha due mani: con una preleva attraverso il fisco, con l’altra restituisce in termini di equità, di solidarietà, di sviluppo. Se lo Stato usa solo la mano della manovra fiscale, si producono le ingiustizie più efferate, si stritolano le piccole imprese e le famiglie, si aumentano in modo rilevante le tensioni sociali.
Va posto un alt all’incremento della pressione fiscale centrale e periferica per alimentare una spesa pubblica improduttiva, sprecona, irrazionale, iniqua.
Nessun taglio alla spesa pubblica è stato realizzato. Nessun risultato con il Governo Monti. Solo rinvii con il Governo Letta.
Eppure i buoni propositi ci sono. Ma non si riesce ad attuarli.
La rimodulazione del finanziamento dei partiti, l’abolizione delle province, la semplificazione dell’apparato dello Stato, l’eliminazione dei privilegi, si scontrano con il boicottaggio delle corporazioni che impongono la legge dell’immobilismo. Persino la Corte Costituzionale ha pronunciato delle sentenze discutibili dichiarando l’incostituzionalità, come ha riconosciuto lo stesso Governo, degli interventi sulle pensioni d’oro, sulle alte retribuzioni dei manager pubblici, sull’abolizione delle province, sugli interventi di controllo della Corte dei Conti sui bilanci delle Regioni.
Il Governo alla ripresa autunnale deve intervenire con decisione sul taglio della spesa pubblica con provvedimenti immediatamente attuativi.
Sul fronte fiscale si deve mettere mano alla riforma, riprendendo il testo così come era stato definito all’unanimità alla fine della passata legislatura, appoggiando il lavoro della Commissione Finanze della Camera.

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L'OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

La cosa davvero indecente è che un partito dichiaratamente razzista e secessionista come la Lega Nord, che fu di Umberto Bossi e fa capo oggi a Roberto Maroni, abbia - grazie all'alleanza con il leader populista di Arcore, Silvio Berlusconi, deciso se  gli converrà, a staccare la spina al governo di Enrico Letta nel prossimo ottobre - un peso notevole nella politica italiana e attacchi il centro-sinistra per la politica economica a favore del Mezzogiorno.
Vorrei ricordare a chi se ne dimentica che tutto nasce dalla concentrazione al Sud dell'esborso finanziario (sono soltanto cinquecento milioni in un anno per decisione dell'Unione Europea) contro la disoccupazione giovanile che nel nostro paese ha già oltrepassato il quaranta per cento e che nel Mezzogiorno è molto più alta che nel resto del paese.
"I fondi vanno soltanto al Sud mentre è il Nord che continua a mantenere tutto il Paese" ha appena dichiarato il responsabile Lavoro del Carroccio, Massimo Fedriga. Certo gli osservatori politici hanno già capito che la collera dei leghisti è legata alla scelta del governo di rinviare di alcuni mesi la decisione di rinviare l'acquisto dei caccia bombardieri F 35 e quindi di creare problemi ai siti dell'industria aerospaziale del Nord come Varese e Cameri.

giorgio benvenuto

di Giorgio Benvenuto

Il Paese appare economicamente sempre più in mezzo al guado: la disoccupazione ha superato il record storico del 1995 e sotto il 9 per cento non tornerà prima del 2020. Il Pil ricomincerà a crescere stabilmente solo a partire dal 2016 e a quei ritmi di crescita ci vorranno quattordici anni per recuperare quel che in queste lunghe stagioni di crisi abbiamo perduto. E' il bollettino di una guerra perduta.
Si deve uscire dalla religione del rigore. Coniugare il rigore con una politica selettiva degli investimenti. L'esperienza del Giappone qualcosa dovrebbe insegnare. Quel Paese è rimasto bloccato per quindici anni dalla politica di austerità. Adesso sta riemergendo avendo aggiustato la rotta.
Torniamo alla Nuova Frontiera di John Kennedy o, ancor di più, al New Deal di Franklin Roosevelt. Può il nostro paese limitarsi al piccolo cabotaggio: un po' di lavoro, qualche alleggerimento fiscale, un minimo di protezione sociale? Manca nella proposta politica l'idea di una società nuova, di un percorso, anche complicato, anche doloroso, ma capace di portare non semplicemente fuori dal guado, ma dentro una realtà migliore di quella che abbiamo lasciato alle nostre spalle. Bisogna indicare una direzione di marcia, una prospettiva. I sacrifici possono anche essere chiesti ma alla gente si deve spiegare perché e con quali finalità vengono richiesti. Il nostro non è un paese estremista: il rischio è di identificare le posizioni estreme con quelle dominanti.
Il premio Nobel, Joseph Stiglitz, spiega che l'avanzata del liberismo con l'abbattimento “seriale” delle regole è stata agevolata fornendo dei sindacati l'immagine, negli Usa e in Europa, di organizzazioni votate alla creazione di rigidità. E, in effetti, negli anni ottanta vi sono state vertenze-simbolo: quella dei controllori di volo di Reagan e quella dei minatori della Thatcher. Il sindacato, in qualche maniera, è stato dichiarato colpevole senza processo e probabilmente senza colpe. 

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 L'OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

I dati statistici sono impietosi. In Italia che -come è noto- è agli ultimi posti (ventinovesimo) nella classifica dei 31 paesi dell'OCSE per l'istruzione media degli abitanti e sempre agli ultimi posti in quella per la lettura di un libro da parte degli abitanti (c'è addirittura da vergognarsi rispetto a meno del 10 per quelli che leggono un libro all'anno o più di uno) arrivano ora i dati che riguardano la stampa quotidiana. I quotidiani  - quelli che un grande filosofo definiva, con l'arrivo della secolarizzazione -  la preghiera dell'uomo moderno si leggono e si vedono sempre di meno. Basta avere occasione di andare in tram nelle città o in treno per spostarsi da una città all'altra per verificare che il calo è diventato costante e rapidissimo. In cinque anni i giornali hanno perduto oltre un milione di copie vendute (1,150 milioni, meno 22 per cento) e l'anno scorso, nel 2012 la flessione è stata del 6,6 per cento, (da 4,272 milioni di copie) una percentuale analoga a quella dell'anno precedente.
Insomma, il mercato editoriale sta male e al calo costante delle vendite si accompagnano problemi strutturali che non sono stati mai affrontati né dalla politica né dagli organi principali del settore economico interessato. Il presidente della Fieg, Anselmi, ha ricordato che "lo sbilanciamento del mercato in favore delle televisioni" è particolarmente forte nel nostro paese e che "l'insufficienza della tutela dei contenuti editoriali nella Rete nei confronti di utilizzatori che non si fanno carico degli oneri connessi alla produzione dell'informazione" peggiora la situazione.
Di fronte all'aggravarsi della crisi una classe politica nota per l'elevato grado di corruzione e di trasformismo che mettono in luce gli osservatori stranieri e i pochi rimasti in Italia,  senza  dover dipendere da sponsor pubblici e privati, hanno a che fare con una politica delle forme di sostegno all'editoria che risale a una situazione molto diversa. A ragione la Fieg invoca una "ridefinizione delle forme di sostegno all'editoria che sposti risorse dai soggetti ai progetti e dai contributi a fondo perduto agli incentivi da sottoporre a chi finanzia le iniziative. Gli editori chiedono di riprendere il DDL approvato alcuni anni nella precedente legislatura  dalla commissione Cultura della Camera, relatore l'ex sottosegretario all'editoria Ricardo Franco Levi, che contempla la salvaguardia parziale degli aiuti diretti e un sostegno all'innovazione e all'occupazione. Ed è quello che auspica anche il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Gianni Rossi. 

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di Giorgio Benvenuto

"È di coraggio non di auto-compiacimento che abbiamo bisogno oggi, di leader non di imbonitori”. La frase sembra tagliata a misura sulla situazione che stiamo vivendo. In realtà è stata pronunciata cinquantatré anni fa da John Fitzgerald Kennedy davanti alla Convention Democratica che gli consegnava la candidatura presidenziale. Il suo avversario era Richard Nixon passato poi alla storia per il Watergate.
Kennedy le elezioni le vinse e fu un successo storico, il primo cattolico in una Casa Bianca che era riservata agli Wasp, white anglo-saxon protestant. Kennedy era bianco ma non protestante e portava dentro il soffio di una modernità travolgente. 
Fu per l'America e per il Mondo intero una scelta innovativa. Nel discorso della Nuova Frontiera, poneva problemi veri e complessi, cercava soluzioni serie e articolate. Il suo messaggio, replicato oggi, forse non farebbe guadagnare consensi: “La Nuova Frontiera di cui parlo non è fatta di promesse che io intendo offrire al popolo americano, bensì di quel che intendo chiedere al popolo americano”.
Probabilmente in Italia, dove le campagne elettorali si sono trasformate in un'asta di promesse con i “battitori” che alzano sempre di più la posta, a metà della frase la platea si sarebbe svuotata.
Quello è stato un momento di grande vitalità per l'America e per il Mondo. E quel che Kennedy disse allora ha ancora una grandissima validità perché ci sono valori, ci sono proposte che attraversano il tempo, che non hanno una data di scadenza come quella che si accompagna ai cibi.
Kennedy pensava alla Frontiera, ai pionieri, guardava l'orizzonte, una distesa di migliaia di miglia; noi fatichiamo persino ad avere una idea compiuta anche dei confini del nostro condominio: a volte anche girare l'angolo ci sembra un'impresa altamente avventurosa. Lentamente l’Italia sta diventando illegale nel senso che c'è una separatezza insopportabile tra le istituzioni: progressivamente stanno venendo meno la coesione e la solidarietà che sono collanti essenziali del vivere insieme. Ma la gente di tutto questo non ha colpa.

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L'OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

L'anno prossimo, di questi tempi, gli italiani della mia come  di successive generazioni che hanno vissuto, con particolare passione -  facendo politica - la crisi  dell'Italia negli anni Settanta e Ottanta (caratterizzata dal tentativo di accordo temporaneo tra democristiani e comunisti sfociato tra il 1976 e il 1979 nel governo di solidarietà nazionale di Giulio Andreotti e segnato  dal rapimento e dall'assassinio di Aldo Moro) ricorderanno Enrico Berlinguer.

A metà marzo di quest'anno, in un convegno organizzato dalla accademia Moro a Roma, ho detto che allora iniziò il degrado della vita pubblica repubblicana di cui stiamo scontando in questo momento tutte le conseguenze e che quindi non è accettabile, come a volte si fa in questo periodo, parlare oggi del governo Letta-Alfano come di una riproduzione di quel tentativo fallito proprio perché, a livello  nazionale come internazionale, i poteri occulti, che ancora dominano in parte il nostro paese, si opposero a  quel tentativo di collaborazione tra le due culture fondamentali della resistenza e della costituzione. Il che oggi, come capirebbe chiunque, non si tenta neppure.
Ma se vogliamo parlare di Enrico Berlinguer a ventinove anni dalla sua morte (morì a Padova, durante un comizio, proprio l'11 giugno 1984) dobbiamo ricordare che proprio in quegli anni, Settanta e Ottanta, era iniziata la transizione dall'Italia come repubblica dei partiti. 

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L'OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

Era, da molti punti di vista, inevitabile e perciò tanti poteri, occulti e visibili, si erano mossi per fermare il quarto processo dedicato alla strage di via d'Amelio e denominato, perciò, indicando la vittima più importante, il giudice Paolo  Borsellino a Palermo.
Ed è quello che sta accadendo. I quotidiani ne parlano poco o nulla e ancor più tacciono i nostri numerosi e per così dire lottizzati canali televisivi.
Ma, già oggi l'opinione pubblica che ama la democrazia repubblicana e la costituzione del 1948 sa che un testimone  e imputato importante  come l'ex presidente del Senato e vicepresidente del CSM come l'avellinese Nicola Mancino, è stato investito dall'aggravante dell'articolo 61 numero 2 da parte del procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi.
Secondo il PM, Mancino avrebbe mentito ai giudici non soltanto per sfuggire ai giudici e assicurarsi l'impunità ma anche per far accantonare le responsabilità dei carabinieri del ROS (Subranni, Mori e De Donno) impegnati nel dialogo con il mafioso ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e in definitiva occultare le trattative degli anni ottanta e novanta tra mafia e Stato.
Nello stesso tempo, la Corte di Assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto che ha rinviato al 27 giugno prossimo ha incluso tra le parti civili l'associazione Libera di don Ciotti, la presidenza del Consiglio dei ministri, il centro Pio La Torre, il prefetto Gianni De Gennaro e L'Associazione delle vittime di via dei Georgofili guidata da Giovanna Maggiani Chelli. Ha escluso, invece, le Agende Rosse di Palermo protagoniste per tanti anni con Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, di tante battaglie civili contro la mafia a cui chi scrive ha spesso partecipato in giro per l'Italia.

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di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

La questione fondamentale sta diventando nella nostra politica quello della forma di governo mentre Enrico Letta cerca di resistere almeno i diciotto mesi necessari per innescare la necessaria crescita economica di un paese che continua ad avere i numeri peggiori dell'Europa contemporanea. 
La nostra crisi  non può essere ignorata, se parliamo di riforme urgenti : penso, in questo senso,  alla corruzione che ci colloca agli ultimi posti, nella classifica dei trentuno paesi dell'OCSE, all'istruzione media degli italiani che è al ventunesimo posto in quella classifica, all'assalto delle associazioni mafiose che non cessa un momento in questi mesi o ancora alla disoccupazione giovanile che ha superato il 38 per cento.
Ricordiamo che è stato uno dei ministri più vicini all'uomo di Arcore, Gaetano Quagliariello,ex radicale e professore di storia contemporanea a imporre il problema subordinando la modifica della legge elettorale, il celebre Porcellum di Calderoli in vigore dal 2005, alla scelta del semipresidenzialismo alla francese.
D'altra parte il governo delle larghe intese che ci governa dalle ultime elezioni politiche dipende dal consenso di Silvio Berlusconi: gli attuali rapporti di forza in parlamento  danno al Cavaliere la possibilità di affondare il governo appena lo riterrà conveniente o penserà di poter vincere le prossime elezioni politiche. 

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di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

É difficile non essere preoccupati oggi per i destini dell'Italia giunta oggi ad oltre  centocinquanta anni dalla sua nascita come stato-nazione. 
L'aspetto centrale su cui  siamo d'accordo con l'attuale capo del governo italiano, Enrico Letta, è la necessità di una sempre più forte integrazione dell'Europa con due obbiettivi di fondo: il compimento dell'Europa politica come, a questo punto, anche la tedesca Angela Merkel, seguendo il primo ministro francese Hollande, sembra finalmente inclinare; l'approvazione di una legge elettorale decente, in grado di combattere efficacemente il molto diffuso voto di scambio che si pratica nel nostro paese.
Su questi obiettivi concorda apertamente anche Walter Veltroni che ha appena pubblicato un sobrio pamphlet critico (E se noi domani.L'Italia e la sinistra che vorrei, Rizzoli.20013,12 euro) verso le vistose incertezze del partito democratico prima e dopo le elezioni del febbraio 2013, che peraltro ne preparano, tra non molto tempo, delle altre quando le larghe intese, intraprese tra i due maggiori partiti presenti in parlamento, si troveranno ad affrontare temi di fronte a cui sarà molto difficile trovare una soluzione comune.
Temi che riguarderanno non solo e non tanto la legge elettorale ma piuttosto la politica economica da intraprendere, l'avvenire delle nuove generazioni, i modi per superare l'immobilismo creato dall'ultima fase dell'Italia populista, l'atteggiamento verso il ceto medio a pezzi e le masse lavoratrici devastate dal governo Monti.

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L'OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

Come non era difficile prevedere dopo le elezioni del 24-25 febbraio e il ritorno in campo del cavaliere di Arcore, l'astensionismo ha colpito  ferocemente le elezioni amministrative di ieri,   soprattutto nelle grandi città e, in particolare, a Roma.
Gli italiani non possono essere contenti di una classe politica che, quando può, conduce i propri affari privati (a volte anche con Cosa Nostra e le sue sorelle mafiose! come è stato contestato di recente anche all'ex sottosegretario Cosentino del PDL sotto processo a Napoli) e soprattutto non risponde, ancora di più  nell'ultimo ventennio populista dominato da Berlusconi, ai problemi essenziali del paese, divenuti negli ultimi quattro-cinque anni soprattutto la sopravvivenza delle famiglie e l'avvenire delle nuove generazioni.
La risposta ancor prima di votare per le opposizioni in parlamento, la SEL ridotta ai minimi termini e il M5Stelle condotto da Grillo a una strategia di pura distruzione dell'esistente senza far capire agli altri quali saranno le proposte del capocomico qualora dovesse ottenere risultati ancora più decisivi nelle prossime elezioni, gli italiani non vanno a votare e perdono definitivamente ogni speranza nelle classi dirigenti al potere, per giunta insieme nel governo Letta-Alfano. 

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L'OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

Mi è  capitato più volte, nei molti libri e articoli  sull'Italia e sulla sua storia che ho scritto negli ultimi anni, di sottolineare la contraddizione che più volte colpisce il viaggiatore che si avventura nella penisola. Preoccupato, e a volte a disagio, per le sacche di arretratezza non soltanto economica ma anche civile e culturale che gli accade di incontrare ma, nello stesso tempo, e più di una volta stupito per le eccellenze che gli vanno incontro.
In molti campi diversi e certe volte dove meno uno se lo aspetta. E non pensando soltanto al passato ma anche al presente e forse al futuro.
La contraddizione ha attraversato a lungo la nostra storia in tempi anche lontani. Una delle maggiori è stata, di sicuro, quella  di aver raggiunto da quasi un millennio  la forma e le caratteristiche culturali di una nazione e, per molti secoli, non essere riusciti ad avere uno Stato legato alla nostra identità nazionale.
Da quando l'obbiettivo è stato raggiunto negli anni sessanta del diciannovesimo secolo, il cammino degli italiani è stato di nuovo difficile e contraddittorio per ragioni che qui non è il caso di analizzare. Ma la maggiore contraddizione da questo punto di vista è stata quella di procedere con difficoltà e lentezza notevoli sul piano dell'istruzione di massa e di conseguenza su quello della fruizione della cultura:a cominciare da quella fondamentale della lettura dei libri.

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto
Le cifre non danno scampo. Nel 2012 – in base ai dati dell’Istat – sono senza lavoro 5.720.000 persone: 2.975.000 gli inattivi e 2.745.000 i disoccupati in senso stretto.
C’è un’ecatombe delle piccole e medie imprese. La cessazione di attività è stata nel 2012 di 403.923 imprese di cui 122.899 artigiane. Le maggiori chiusure di attività produttive hanno riguardato le apparecchiature elettriche (7,8%); l’elettronica (7,6%); i mobili (7,1%); i prodotti in metallo (6,8%); la meccanica (6,3%). In percentuali complessive la situazione è disastrosa. Il tasso di cessazione dall’attività di imprese è pari al 6,6%; quello di crescita è inferiore allo 0,3%.
Ecco per i giovani tra i 15 e i 24 anni alcuni raffronti in percentuale tra la situazione di oggi e, tra parentesi, quella del 1982: occupazione 18,6 (35,9); disoccupazione 35,3 (25,4); inattività 71,3 (51,9); laureati 3,5 (0,3); diplomati 43,7 (23,0); scuola media 52,8 (76,7).
Siamo il paese con il tasso di attività più basso, poco lavoro per le donne e tra i giovani vuoti enormi. Ci sono anche i disoccupati cronici in Italia. Siamo un paese malato. In più mancano le proposte che consentano di passare dalla denuncia del problema alla sua soluzione.
Ancora dei numeri. Siamo alla crescita zero, anzi alla recessione; la disoccupazione giovanile è raddoppiata rispetto al 1977: è senza lavoro il 35,3% degli under 24. Per non parlare di chi va all’estero.

 

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di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

Era fatale che nei giorni intorno al nove maggio,a 35 anni esatti dall'assassinio di Aldo Moro gli italiani (o meglio alcuni di loro) ricordassero la tragedia politica centrale della repubblica e cercassero di capire come era potuto succedere e quale era il significato della storia.
In questo senso il libro, appena uscito con le edizioni New Compton di Ferdinando Imposimato I 55 giorni che cambiarono la storia d'Italia  che attribuisce alla CIA ma, contemporaneamente, al KGB sovietico l'ordine di uccidere lo statista democristiano e che riprende accentuandola una tesi già sostenuta dall'autore, nel libro di qualche anno fa Doveva morire pubblicato da Chiare Lettere, esprime una tesi per molti aspetti ragionevole sull'ostilità di ambedue le superpotenze della  guerra fredda per un tentativo come quello di Aldo Moro che prevedeva la collaborazione indispensabile tra la DC e il PCI proprio per fondare la necessaria alternanza di governo tra quelle che erano allora le forze maggiori del sistema politico italiano. I documenti citati da Imposimato sono significativi ma appaiono - come è ovvio - segnali squilibrati tra la partecipazione attiva degli americani, segnalata persino dalla posizione aperta di Kissinger contro Moro, e l'atteggiamento, più ambiguo e segreto, dei sovietici.
Ma si può dire che è probabile che una forma di collaborazione, sia pure indiretta, ci sia stata tra Washington e Mosca in quei giorni oscuri del duello russo-americano. 

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L'OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

Il 9 maggio è una giornata particolare, se volessimo citare il titolo di quello che è stato uno dei film più belli di Mario Monicelli che era dedicato alla giornata romana del protagonista in una capitale deserta negli anni trenta  durante la dittatura fascista.
Nello stesso giorno, infatti, si ricordano due  anniversari che hanno segnato momenti terribili della nostra storia recente, il nove maggio del 1978.
Quel giorno, all'angolo tra via delle Botteghe Oscure, dove era la sede ufficiale del Partito Comunista Italiano e piazza del Gesù dove era la sede della Democrazia Cristiana, venne trovato nel portabagagli di una Renault rossa il corpo senza vita del presidente del partito cattolico, Aldo Moro.
E a Cinisi, in provincia di Palermo, paese di uno dei Capi di Cosa Nostra in quel momento, Tano Badalamenti, fu trovato a sua volta il corpo senza vita dell'esponente di Democrazia Proletaria Peppino Impastato.
Di Moro la storia è nota ma presenta ancora zone oscure.
L'uomo politico democristiano, personalità centrale della storia repubblicana, rapito e ucciso dopo 55 giorni  dalle Brigate Rosse dopo un lungo processo in via Montalcini, ci ha lasciato in un Memoriale trovato prima in via Montenevoso nel 1980, quindi a Milano dodici anni dopo in una versione più ampia, preziosi elementi di analisi della nostra storia e soprattutto la prova per chi sa leggere che il "sommerso" della repubblica, l'Italia illegale, costituisce un elemento che non si può trascurare se si vuole fornire un ritratto verosimile di quel che è accaduto nell'ultimo settantennio.

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di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

Non è piccola la contraddizione che caratterizza l'Italia dei nostri tempi, quella che da fine febbraio ha cercato, con scarsa fortuna, di archiviare le elezioni del 24-25 febbraio 2013 e di far eleggere dalle due Camere, appena formate e già divise in tre gruppi di grandezza molto simile , un governo capace in modo rapido ed efficace di affrontare i problemi  strutturali  nella penisola.
Se dovessimo individuare il problema per molti aspetti più urgente, dovremmo incominciare di sicuro  con il grave divario economico e civile  che divide il Nord dal Sud del nostro paese.
Basta leggere tutti gli ultimi  dati forniti dalla Banca d'Italia per ricordare che l'Italia è nettamente divisa in due e non accenna a cambiare; anzi, in questo ultimo trentennio "populista", ha visto crescere le distanze tra chi partecipa alla ricchezza e chi è lontano mille miglia da ogni risorsa.
Concludendo un saggio di notevole chiarezza su La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 ad oggi(Laterza 2013), Francesco Barbagallo ha messo in luce la contraddizione di fondo a cui mi sono  appena  riferito e di cui i giornali parlano poco e male: "L'Italia, protagonista nell'avvio della costruzione europea che indicava già nello statuto l'obiettivo dello sviluppo del Mezzogiorno d'Italia, oggi naviga a vista. In una Unione Europea composta da 27 Stati membri, molti dei quali usciti di recente da condizioni economico-politiche molto difficili, l'Italia appare bloccata e in caduta libera in tutte le classifiche che indicano i livelli di sviluppo e di civiltà."
Ed ha aggiunto: "In Italia anche la recessione marcia a due velocità: naturalmente è più intensa e veloce nel Mezzogiorno. Le ultime previsioni della Svimez per l'economia meridionale delineano una prospettiva allarmante. La contrazione del PIL, prevista col segno negativo di -1,8% in Italia al Sud precipita a -2,9%. Stesso discorso per l'occupazione che dovrebbe ridursi ancora dell'1,6% nelle regioni meridionali, rispetto alla media nazionale negativa dello 0,5%. Anche gli investimenti diminuiranno al Sud dell'8% rispetto alla media italiana del 6% . 

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di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

E' morto uno dei protagonisti della storia repubblicana. Di questo non possiamo dubitare se solo enumeriamo i titoli di cui ha potuto fregiarsi Giulio Andreotti nella sua lunga esistenza.
Romano, segno del Capricorno, nato il 14 gennaio 1919, laureato in Giurisprudenza, avrebbe raggiunto tra sei anni il secolo di vita ma il destino o il Dio cristiano  ha voluto così.
Sette volte presidente del Consiglio, cinque volte ministro degli Esteri, otto volte ministro della Difesa, sostenitore convinto dell'alleanza atlantica ma anche capo del governo delle astensioni nel 1978-79 con l'astensione del PCI e presidente del Consiglio nel governo della "non sfiducia" con la prima donna-ministro del partito cattolico, si intende, al Ministero del Lavoro, Tina Anselmi.
E' stato sempre presente in tutte le assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale (lo aveva nominato De Gasperi, incontrato per caso nella Biblioteca Vaticana) all'Assemblea Costituente e poi nel Parlamento italiano  del 1948 come deputato fino al 1991 e successivamente senatore a vita.
Dopo l'incontro con De Gasperi entra a 24 anni nel IV governo De Gasperi dove è sottosegretario alla presidenza del Consiglio restandovi anche nel successivo governo Pella fino al gennaio 1954. Ad Andreotti vennero affidate numerose e ampie deleghe tra cui quelle per lo spettacolo, lo sport, la riforma della pubblica amministrazione (che ancora aspettiamo!) e quella per l'epurazione (mai avvenuta in modo soddisfacente!).
Nel 1954 è per la prima volta ministro guidando gli Interni nel primo governo Fanfani e viene censurato da una commissione di inchiesta parlamentare per alcune irregolarità nei lavori dell'aeroporto di Fiumicino.


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di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

Se si seguono, per lavoro o per diletto, i quotidiani europei dal francese e molto autorevole Le Monde al tedesco Die Tageszeitung al danese Jylands-Posten e ancora al quotidiano economico francese Les Echos al belga La libre Belgique e ancora al tedesco Suddeutche Zeitung e allo spagnolo El Pais si può cogliere  una sensazione non equivoca che, nei giorni scorsi, con toni e per così dire intenzioni differenti, è stato possibile trovare con chiarezza  su due quotidiani del nostro bel paese: la Repubblica di Ezio Mauro e il Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro. Con differenze di tono e di accento - questo è chiaro - ma con giudizi che, nella sostanza, non sono poi così diversi.
Gran parte dei quotidiani europei - e in parte lo fanno anche il Fatto Quotidiano e  la Repubblica -prende atto di un elemento ormai evidente: se le elezioni del 24-25 febbraio 2013  hanno registrato la sorpresa del M5S di Beppe  Grillo che ha ottenuto milioni di voti non messi in conto da nessuno degli avversari, il dopo-elezioni ha segnato il ritorno di Berlusconi che - come ripete fino alla nausea, il nuovo vice-capo del PDL, l'economista veneto Brunetta - è in grado di staccare la spina quando vuole al governo Letta. 
Un governo imbottito dei suoi ministri a cominciare dal vice-presidente del Consiglio e  ministro dell'Interno (con il controllo dei servizi segreti, se si seguisse la prassi seguita nel settantennio repubblicano) Angelino Alfano e a finire con Gaetano Quagliariello, ammiratore storico di Charles De Gaulle. 

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di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

L'attentato contro i carabinieri  di guardia a Palazzo Chigi è soltanto il gesto di una persona che sta male o è il segno di qualcosa che può preoccupare gli italiani, oltre che i politici che sarebbero i destinatari  diretti - a quanto pare - di quell'attentato?
L'interrogativo percorre da molte ore le strade e le piazze e i locali delle nostre città e non possiamo far finta che non ci riguardi.
Le cause del disagio e della sofferenza di tanti sono chiare.
Una classe politica e dirigente che, negli ultimi decenni, ha mostrato troppi vizi privati e troppo scarse pubbliche virtù.
La mancanza di lavoro, le condizioni economiche difficili o insufficienti e ancora una società globale e atomizzata in cui anche la solidarietà a volte non c'è o è difficile da trovare e persino da praticare.
Un paese immobile che non cresce ma che, nello stesso tempo, è più disuguale e ingiusto di quanto sia stato a volte in passato. Una crisi, insomma, che è prima di tutto economica e politica, ma che è anche - di sicuro - morale e culturale.
E' vero, come ha scritto Spataro sull'Unità che "la questione sociale è oggi in Italia la vera emergenza democratica". Bisogna anche dire che non bastano misure economiche, sia pure necessarie e urgenti che si aspettano dal  nuovo governo, per risolvere i problemi come quelli che nascono da quegli spari a Roma.
La crisi di questi anni ha bisogno di concreti atti di governo, ha bruciato intere famiglie, ha fatto fuggire i più giovani o li ha costretti a lavoretti a trecento euro al mese, ha ingrossato l'esercito dei disoccupati e ha fatto chiudere i cancelli di migliaia di aziende.

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di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

Quando ho visto su alcuni quotidiani (non tutti, quelli vicini al centro-destra - per non smentirsi mai - non ne hanno parlato) gli articoli sul ritrovamento della borsa di Carlo Alberto dalla Chiesa ho subito tratto alcune deduzioni  rispetto alle circostanze e al momento storico (il 1982) in cui avvenne l'assassinio del generale prefetto di Palermo dopo i cento giorni della sua disperata missione in Sicilia. 
Ho letto anche, con la necessaria attenzione,  l'intervista fatta all'amico Nando Dalla Chiesa, figlio del generale e sociologo dell'Università statale di Milano che ha appena pubblicato un ottimo saggio sull'impresa mafiosa (L'impresa mafiosa. Tra capitalismo violento e controllo sociale. Cavallotti Press University, novembre 2012) oltre a tutti gli altri pubblicati in passato, tra i quali uno in particolare sulle convergenze che caratterizzano i rapporti tra la mafia e la classe politica nel settantennio repubblicano che giudico ormai un classico dei saggi sul fenomeno mafioso (La convergenza. Mafia e politica nella seconda repubblica (Melampo 2006).
Ebbene Nando  Dalla Chiesa afferma - e mi sembra impossibile smentire la sua testimonianza - che l'obbiettivo principale perseguito dagli agenti di polizia prima e dai carabinieri poi non sia stato quello di distruggere le carte custodite sia nella cassaforte di villa Pajno (svuotata quel giorno e di cui è stata ritrovata  la chiave in un cassetto una settimana dopo ) quanto quello di impossessarsi delle carte contenute nell'auto A112 in cui il generale-prefetto venne ucciso con la moglie Emanuela Setti Carraro e che in queste carte c'erano elementi importanti di un'indagine che il funzionario stava svolgendo da alcune settimane e che riguardava politici importanti a Roma e a Palermo. 

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