Moderati e Riformisti

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Martedì, 28 Aprile  2015
Il MEZZOGIORNO, UN PROBLEMA DRAMMATICO CHE IL GOVERNO DEVE AFFRONTARE CON URGENZA

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La SVIMEZ, Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, benemerita Associazione...

VALORIZZARE LA FUNZIONE DOCENTE PER UNA VERA RIFORMA DELLA SCUOLA

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È difficile valutare una riforma da una conferenza stampa. Gli slogan sono una cosa, le norme...

OCCUPAZIONE E DOMANDA INTERNA. LE LEVE PER IL RILANCIO DELL’ECONOMIA

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Il 2015 sarà sicuramente un anno di svolta per la nostra economia. Lo spread sotto quota novanta...

ILVA DI TARANTO, UN PIANO ORGANICO PER LA PIÙ GRANDE E MODERNA ACCIAIERIA DI EUROPA

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L’Ilva di Taranto è un punto di snodo per la politica industriale nazionale. Siamo il secondo...

GRECIA: L'EUROPA SUPERI LA POLITICA DI AUSTERITY

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La crisi del debito sovrano della Grecia prosegue in un susseguirsi di nubi minacciose e di...

SERGIO MATTARELLA SARÀ UN PRESIDENTE AUTOREVOLE E INDIPENDENTE IN CONTINUITÀ CON GIORGIO NAPOLITANO

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L'elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica segna un punto alto di svolta...

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EDITORIALI

IL RIFORMISMO È ANCORA ATTUALE – IDEE PER UN SINDACATO NUOVO, ATTIVO, REATTIVO

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto

Per Bruno Buozzi il riformismo non è il “metodo”, non è il rifugio nel “quotidiano” ma è la consapevolezza di essere, sempre, nell’azione sindacale e in quella politica, ancorati ad una visione strategica.
Due esempi fra i più noti possono essere illuminanti. Il primo: Buozzi, Segretario Generale della FIOM visse i giorni drammatici della occupazione delle fabbriche, ma ad essi, senza piegarsi alle tesi massimaliste, cercò di dare un duplice sbocco positivo: uno sbocco “democratico” sul piano politico, uno sbocco “concreto” sul piano sociale con il miglioramento delle condizioni generali e retributive dei lavoratori.
Il secondo: il riformismo per Buozzi non è una politica grigia per i tempi della transizione. Tra lo scetticismo generale e senza nessun aiuto, Buozzi fa vivere e poi rivivere a Parigi la Confederazione Generale del Lavoro, di cui è divenuto Segretario Generale, quando il fascismo sta vibrando in Italia gli ultimi, decisivi colpi alla democrazia politica e alle libertà sindacali e civili.
Buozzi, insomma, dimostra che anche un riformista può affrontare con coraggio battaglie ideali mai “perdenti”; che “perdenti” non sono state poi, se è vero come è vero, che gli ideali del riformismo rimasero radicati nel cuore di tanti lavoratori prima nella resistenza al fascismo e poi nella ricostruzione del sindacato unitario.

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CONCERTAZIONE E APERTURA AL CONFRONTO PER IL LAVORO E PER LO SVILUPPO IN EUROPA E IN ITALIA

giorgio benvenuto

di Giorgio Benvenuto

È sempre più impervia la strada per uscire dalla crisi. Facciamo fatica. L’Italia non riesce a realizzare il cambio di passo.
L’Europa deve essere diversa. Le soluzioni “uscire dall’Euro” o “la creazione di due eurozone” sono velleitarie ed incongrue. La realizzazione dell’Europa deve andare avanti. Deve essere raggiunta una maggiore e migliore omogeneizzazione delle politiche sociali, energetiche, fiscali. Le differenze tra i sistemi fiscali, istituzionali, sociali, stanno portando al nomadismo delle imprese alla ricerca delle situazioni più vantaggiose negli Stati dell’Unione (un esempio clamoroso è il caso della Fiat).
Occorre far prevalere la cultura della solidarietà e della coesione. L’Italia deve superare ed archiviare i luoghi comuni che hanno prevalso negli ultimi anni:”lo vuole l’Europa”, “bisogna battere i pugni sul tavolo”, “occorre più Europa”.
Vanno create le condizioni dello sviluppo e va definito un progetto affinché l’Unione sia migliorata, sia coesa, sia capace di superare una fase ormai troppo lunga di ristagno e di austerità.

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BENE I PRIMI PASSI DEL GOVERNO. NECESSARI PIÙ COINVOLGIMENTO E PIÙ EQUITÀ

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi sta modificando profonda-mente il modo di governare il nostro paese. Spariglia le carte. Le proposte si rincorrono le une dopo le altre. La sfida è lanciata per smuovere il paese dalla apatia, dalla rassegnazione, dall' immobilismo. Per anni siamo stati abituati a governi che di fatto spiegavano perché non era possibile cambiare; per anni siamo stati chiamati a sostenere sacrifici sempre più pesanti; per anni sono state promesse riforme che non hanno mai visto la luce; per anni si è parlato senza costrutto di equità, di lavoro, di sviluppo. Ora Renzi si propone per farci uscire da questa palude.  Lancia la sfida del cambia-mento. Ha chiara l’insofferenza degli italiani per la politica. Indica con efficacia i punti di crisi. Annuncia con coraggio le soluzioni indicando i tempi del cambiamento. Rivoluziona la comunicazione. Colpisce l’immaginazione. Stupisce. Vuole una rivoluzione in un rapporto diretto con i cittadini. Al pessimismo cosmico del centro-sinistra e dei governi dei tecnici contrappone un’energia quasi frenetica nel fare, nel superare gli steccati, con una tecnica comunicativa che richiama e perfeziona quella di Berlusconi all’inizio della sua avventura politica (portare le pensioni minime ad un milione di lire e realizzare un milione di nuovi posti di lavoro).

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CONTRO LA CRISI SERVE UN RIFORMISMO AL SERVIZIO DELLA CRESCITA E DELL’OCCUPAZIONE

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto  

Il 14 febbraio 1984 il governo presieduto dal segretario del Psi, Bettino Craxi, varò un decreto che portò al taglio di quattro punti di contingenza. L’obiettivo era quello di riportare sotto controllo un’inflazione che in Italia aveva raggiunto livelli quasi sudamericani, sfondando, qualche anno prima, addirittura la soglia psicologica (ma anche economica) del venti per cento. Quel decreto scatenò una vera e propria guerra a sinistra. Da un lato i socialisti al governo, dall’altro i comunisti all’opposizione. In mezzo, il sindacato, la Uil, la Cisl ma, soprattutto, la Cgil che più degli altri si ritrovava nell'occhio del ciclone per la posizione inflessibile assunta dal segretario generale del Pci, Enrico Berlinguer.  Al di là delle polemiche, quel decreto fu invece lo strumento attuativo di un accordo sindacale a cui una parte (l’ala comunista della Cgil) non aderì. Ma è incontestabile che il provvedimento sia stato il prodotto di un negoziato lungo, complesso, difficile, che ha determinato una divisione con indubbie conseguenze sull'evoluzione dei rapporti tra le Confederazioni. Tutta l’impalcatura unitaria che era nata con le lotte dell’Autunno Caldo (dalla Federazione Lavoratori Metalmeccanici alla Federazione Unitaria Cgil-Cisl-Uil) venne giù come un castello di carta, investita dallo tsunami degli interessi di parte, soprattutto politici. Sembrava una rottura irrimediabile. Invece, non fu un addio perché le Confederazioni, dopo aver organizzato un paio di feste del lavoro separatamente, ritrovarono le ragioni (o almeno una parte) dell'unità d'azione nelle cose da fare, negli interessi da difendere, nelle battaglie da combattere (ad esempio, quella per un fisco giusto).

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IL CASO FIAT DIMOSTRA CHE È INDISPENSABILE LA PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI

di Giorgio Benvenuto

In una intervista ad Enzo Biagi a RaiUno nel 1988 Gianni Agnelli ricordava come la Fiat avesse raggiunto sotto la sua guida tanta potenza ed un ruolo di dimensioni mondiali, grazie a suo nonno, il fondatore, e a Vittorio Valletta. Sottolineava, in quella intervista, l’Avvocato le sue relazioni internazionali: “De Gaulle, un modo di ragionare, un piglio, una maniera di esprimersi che mi colpiva. Mi intimoriva. Kennedy aveva pochi anni più di me, c’era un rapporto personale, il padre rappresentava gli Stati Uniti a Londra e lui aveva studiato alla School of Economics e come tutti i cattolici irlandesi non amava gli inglesi, ma l’Europa la conosceva e la capiva. Tito, un uomo coraggioso, con una visione di politica internazionale non comune: si batteva a Cuba prima di morire, tra i non allineati, contro le posizioni di Fidel Castro e di Gheddafi. Di Reagan colpisce il garbo e l’estrema facilità nei rapporti: sia in quelli diretti, come, attraverso il grande teleschermo, col grande pubblico”. E Giovanni Agnelli in quella intervista riconosceva, con orgoglio, che la storia della Fiat è quella della motorizzazione italiana.

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FATTI E COMMENTI

RAFFAELE CANTONE HA RAGIONE. È IMPROCRASTINALE UNA GENERALE ROTAZIONE DI TUTTI I DIRIGENTI PUBBLICI.
Il Presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, probabilmente, è l’uomo giusto per avviare a soluzione alcuni dei problemi incancreniti del nostro Paese.
Non solo per le sue capacità di procuratore o per il rigore con cui ha avviato l’attività del nuovo Ente che è stato chiamato a dirigere, ma perché propone soluzioni semplici per problemi complessi. 
L’ultimo suggerimento di Cantone, per combattere la corruzione, è di una semplicità disarmante. Far ruotare i dirigenti per impedire che si formino, all'interno della Pubblica Amministrazione, centri di potere privati.
Una soluzione banale ma sicuramente di grande efficacia se applicata con metodo e determinazione.
Il caso di Ercole Incalza è il classico esempio di una incrostazione di potere. Al di là degli esiti dell’inchiesta penale appare evidente che Incalza non doveva rimanere trenta anni ai vertici dei Ministeri dei Lavori pubblici e dei Trasporti. E che questa situazione ha creato un potere incontrollato da cui è derivata anche la tentazione di utilizzare quel potere a fini personali.
Renzi ha iniziato la sua ascesa rottamando i vertici del Partito Democratico. Sarebbe il caso che ripetesse l’operazione nell’alta burocrazia, facendo ruotare tutti i grand commis dello Stato senza eccezioni  e mandando a casa tutti quelli che siano prossimi alla pensione. 
Oltre tutto, considerato il livello attuale, è difficile ipotizzare che l’efficienza della Pubblica Amministrazione possa far  registrare un ulteriore peggioramento.
 
L’ACCADEMIA DELLA CRUSCA PROTESTA PER GLI INGLESISMI INGIUSTIFICATI

Si apre un nuovo fronte per Renzi. L’Accademia della Crusca contesta il malvezzo di utilizzare nelle leggi troppi termini stranieri e porta l’esempio del “jobs act” che potrebbe essere chiamato tranquillamente “programma sul lavoro” .
In effetti, questa volta, sicuramente non è colpa di Renzi. L’uso di anglicismi in politica e nella legislazione risale già a molti anni fa’ e, al di là di pochi casi in cui il termine inglese non è traducibile, dimostra, nel migliore dei casi, un provincialismo che va in parallelo con l’ignoranza.
Chi si rifugia nell’inglese in molti casi non conosce nemmeno l’italiano.
Peraltro, questa pessima abitudine si accompagna all’uso, nella legislazione e nella normativa di secondo livello, di un linguaggio per iniziati, ricco di riferimenti e richiami a norme precedenti che rende inintelligibili per i non addetti ai lavori i provvedimenti che escono dal Parlamento e dai Ministeri.
Renzi si è presentato come l’uomo del cambiamento. Cambiare in questo campo - magari rottamando tutti i politici e, soprattutto i burocrati, che non sono in grado di scrivere in un italiano comprensibile - porterebbe meritati consensi al governo fra tutti gli italiani di ogni colore politico.

 

RESPONSABILITÀ CIVILE DEI GIUDICI, LE NUOVE NORME NON RISOLVONO IL PROBLEMA

Approvata in via definitiva la nuova normativa sulla responsabilità civile dei giudici. È un passo avanti rispetto alla disciplina  precedente che, in ventisette anni, aveva portato a solo sette condanne per dolo o colpa grave.
L’Associazione di categoria protesta e ritiene la norma ingiusta verso i magistrati in  quanto li esporrebbe a rivalse temerarie da parte dei soggetti dotati di maggiore potere economico.
In realtà, al di là dell’opinione dei  giudici che, ovviamente, è di parte, il provvedimento non avrà gli effetti positivi sulla giurisdizione che l’opinione pubblica si attende.
Il problema fondamentale della giustizia italiana è la certezza del diritto che riguarda non solo il penale, ma soprattutto il civile. Su questo piano la nuova legge non segna alcun progresso.
Anzi, crea un problema in più, in quanto il risarcimento danni è inevitabilmente molto più elevato per chi ha interessi forti da difendere che per il lavoratore o per il cittadino qualunque. Il che potrebbe avere come conseguenza che un magistrato sarà più prudente quando si troverà a decidere su persone autorevoli di quanto possa esserlo per lo sconosciuto utente della giustizia.
Sarebbe stato molto meglio rendere maggiormente vincolante la giurisprudenza della Cassazione in modo da attenuare la discrezionalità del singolo giudice e da rendere più omogenea l’interpretazione  delle norme.
I cittadini si sarebbero sentiti più garantiti e avrebbero sicuramente apprezzato di più.