Moderati e Riformisti

Quotidiano on line di politica, economia, cultura e informazione



Domenica, 20 Aprile  2014
LETTA DEVE PUNTARE SU OCCUPAZIONE E SVILUPPO. LA STAFFETTA GENERAZIONALE STRUMENTO ESSENZIALE DI POLITICA ECONOMICA

LETTA DEVE PUNTARE SU OCCUPAZIONE E SVILUPPO. LA STAFFETTA GENERAZIONALE STRUMENTO ESSENZIALE DI POLITICA ECONOMICA

Contrariamente alla maggior parte dei commentatori siamo convinti che Enrico Letta non debba...

EMENDAMENTI ALLA LEGGE ELETTORALE PRESENTATI DALL’ON. PINO PISICCHIO VICE PRESIDENTE DI CENTRO DEMOCRATICO

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La prossima settimana la discussione della proposta di riforma della legge elettorale entrerà nel...

DOPO LE DIMISSIONI DI MASTRAPASQUA È NECESSARIO RIVEDERE IL SISTEMA DELLE NOMINE PUBBLICHE

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Le dimissioni di Mastrapasqua sono venute proprio in un momento in cui si parla del rinnovo delle...

MODERATI E RIFORMISTI APRE IL DIBATTITO SULLE PROSPETTIVE DEI MODERATI DOPO LA FINE DEL POLO CENTRISTA.

MODERATI E RIFORMISTI APRE IL DIBATTITO SULLE PROSPETTIVE DEI MODERATI DOPO LA FINE DEL POLO CENTRISTA.

Le dichiarazioni di Pierferdinando Casini che ha preannunciato il suo rientro nel Centrodestra...

LA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE E L’UNITÀ NAZIONALE

LA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE E L’UNITÀ NAZIONALE

Sulla legge elettorale ci riserviamo di esprimere una valutazione quando ci sarà un articolato  ...

GLI ITALIANI CHIEDONO RIGORE MORALE. DOPO LA DE GIROLAMO ATTESE LE DIMISSIONI DI MASTRAPASQUA

GLI ITALIANI CHIEDONO RIGORE MORALE. DOPO LA DE GIROLAMO ATTESE LE DIMISSIONI DI MASTRAPASQUA

Le dimissioni di Nunzia De Girolamo sono una buona notizia per il Paese e potrebbero essere un...

PENSIONE ANTICIPATA, SERVONO MISURE EFFICACI E COERENTI

PENSIONE ANTICIPATA, SERVONO MISURE EFFICACI E COERENTI

Il piano del ministro Giovannini per la pensione anticipata è la prova che il governo é...

LE RICHIESTE DEL CENTRO DEMOCRATICO A LETTA: RIFORME ISTITUZIONALI, PIANO PER L’ OCCUPAZIONE E LO SVILUPPO E STAFFETTA GENERAZIONALE

LE RICHIESTE DEL CENTRO DEMOCRATICO A LETTA: RIFORME ISTITUZIONALI, PIANO PER L’ OCCUPAZIONE E LO SVILUPPO E STAFFETTA GENERAZIONALE

Una delegazione del Centro Deocratico guidata dal Presidente Bruno Tabacci con i due Vice...

I DOCENTI NON DEVONO PAGARE GLI ERRORI DELLA BUROCRAZIA. SANZIONARE LE RESPONSABILITÀ

I DOCENTI NON DEVONO PAGARE GLI ERRORI DELLA BUROCRAZIA. SANZIONARE LE RESPONSABILITÀ

Non siamo fra i detrattori del ministro Saccomanni, ma la vicenda degli scatti che si volevano...

  • LETTA DEVE PUNTARE SU OCCUPAZIONE E SVILUPPO. LA STAFFETTA GENERAZIONALE STRUMENTO ESSENZIALE DI POLITICA ECONOMICA

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  • EMENDAMENTI ALLA LEGGE ELETTORALE PRESENTATI DALL’ON. PINO PISICCHIO VICE PRESIDENTE DI CENTRO DEMOCRATICO

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  • DOPO LE DIMISSIONI DI MASTRAPASQUA È NECESSARIO RIVEDERE IL SISTEMA DELLE NOMINE PUBBLICHE

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  • MODERATI E RIFORMISTI APRE IL DIBATTITO SULLE PROSPETTIVE DEI MODERATI DOPO LA FINE DEL POLO CENTRISTA.

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  • LA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE E L’UNITÀ NAZIONALE

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  • GLI ITALIANI CHIEDONO RIGORE MORALE. DOPO LA DE GIROLAMO ATTESE LE DIMISSIONI DI MASTRAPASQUA

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  • PENSIONE ANTICIPATA, SERVONO MISURE EFFICACI E COERENTI

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  • LE RICHIESTE DEL CENTRO DEMOCRATICO A LETTA: RIFORME ISTITUZIONALI, PIANO PER L’ OCCUPAZIONE E LO SVILUPPO E STAFFETTA GENERAZIONALE

    LE RICHIESTE DEL CENTRO DEMOCRATICO A LETTA: RIFORME ISTITUZIONALI, PIANO PER L’ OCCUPAZIONE E LO...

  • I DOCENTI NON DEVONO PAGARE GLI ERRORI DELLA BUROCRAZIA. SANZIONARE LE RESPONSABILITÀ

    I DOCENTI NON DEVONO PAGARE GLI ERRORI DELLA BUROCRAZIA. SANZIONARE LE RESPONSABILITÀ

EDITORIALI

BENE I PRIMI PASSI DEL GOVERNO. NECESSARI PIÙ COINVOLGIMENTO E PIÙ EQUITÀ

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi sta modificando profonda-mente il modo di governare il nostro paese. Spariglia le carte. Le proposte si rincorrono le une dopo le altre. La sfida è lanciata per smuovere il paese dalla apatia, dalla rassegnazione, dall' immobilismo. Per anni siamo stati abituati a governi che di fatto spiegavano perché non era possibile cambiare; per anni siamo stati chiamati a sostenere sacrifici sempre più pesanti; per anni sono state promesse riforme che non hanno mai visto la luce; per anni si è parlato senza costrutto di equità, di lavoro, di sviluppo. Ora Renzi si propone per farci uscire da questa palude.  Lancia la sfida del cambia-mento. Ha chiara l’insofferenza degli italiani per la politica. Indica con efficacia i punti di crisi. Annuncia con coraggio le soluzioni indicando i tempi del cambiamento. Rivoluziona la comunicazione. Colpisce l’immaginazione. Stupisce. Vuole una rivoluzione in un rapporto diretto con i cittadini. Al pessimismo cosmico del centro-sinistra e dei governi dei tecnici contrappone un’energia quasi frenetica nel fare, nel superare gli steccati, con una tecnica comunicativa che richiama e perfeziona quella di Berlusconi all’inizio della sua avventura politica (portare le pensioni minime ad un milione di lire e realizzare un milione di nuovi posti di lavoro).

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CONTRO LA CRISI SERVE UN RIFORMISMO AL SERVIZIO DELLA CRESCITA E DELL’OCCUPAZIONE

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto  

Il 14 febbraio 1984 il governo presieduto dal segretario del Psi, Bettino Craxi, varò un decreto che portò al taglio di quattro punti di contingenza. L’obiettivo era quello di riportare sotto controllo un’inflazione che in Italia aveva raggiunto livelli quasi sudamericani, sfondando, qualche anno prima, addirittura la soglia psicologica (ma anche economica) del venti per cento. Quel decreto scatenò una vera e propria guerra a sinistra. Da un lato i socialisti al governo, dall’altro i comunisti all’opposizione. In mezzo, il sindacato, la Uil, la Cisl ma, soprattutto, la Cgil che più degli altri si ritrovava nell'occhio del ciclone per la posizione inflessibile assunta dal segretario generale del Pci, Enrico Berlinguer.  Al di là delle polemiche, quel decreto fu invece lo strumento attuativo di un accordo sindacale a cui una parte (l’ala comunista della Cgil) non aderì. Ma è incontestabile che il provvedimento sia stato il prodotto di un negoziato lungo, complesso, difficile, che ha determinato una divisione con indubbie conseguenze sull'evoluzione dei rapporti tra le Confederazioni. Tutta l’impalcatura unitaria che era nata con le lotte dell’Autunno Caldo (dalla Federazione Lavoratori Metalmeccanici alla Federazione Unitaria Cgil-Cisl-Uil) venne giù come un castello di carta, investita dallo tsunami degli interessi di parte, soprattutto politici. Sembrava una rottura irrimediabile. Invece, non fu un addio perché le Confederazioni, dopo aver organizzato un paio di feste del lavoro separatamente, ritrovarono le ragioni (o almeno una parte) dell'unità d'azione nelle cose da fare, negli interessi da difendere, nelle battaglie da combattere (ad esempio, quella per un fisco giusto).

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IL CASO FIAT DIMOSTRA CHE È INDISPENSABILE LA PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI

di Giorgio Benvenuto

In una intervista ad Enzo Biagi a RaiUno nel 1988 Gianni Agnelli ricordava come la Fiat avesse raggiunto sotto la sua guida tanta potenza ed un ruolo di dimensioni mondiali, grazie a suo nonno, il fondatore, e a Vittorio Valletta. Sottolineava, in quella intervista, l’Avvocato le sue relazioni internazionali: “De Gaulle, un modo di ragionare, un piglio, una maniera di esprimersi che mi colpiva. Mi intimoriva. Kennedy aveva pochi anni più di me, c’era un rapporto personale, il padre rappresentava gli Stati Uniti a Londra e lui aveva studiato alla School of Economics e come tutti i cattolici irlandesi non amava gli inglesi, ma l’Europa la conosceva e la capiva. Tito, un uomo coraggioso, con una visione di politica internazionale non comune: si batteva a Cuba prima di morire, tra i non allineati, contro le posizioni di Fidel Castro e di Gheddafi. Di Reagan colpisce il garbo e l’estrema facilità nei rapporti: sia in quelli diretti, come, attraverso il grande teleschermo, col grande pubblico”. E Giovanni Agnelli in quella intervista riconosceva, con orgoglio, che la storia della Fiat è quella della motorizzazione italiana.

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LA GLOBALIZZAZIONE RICHIEDE RIFORME E SEMPLIFICAZIONI

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto  

La globalizzazione senza regole, all’insegna di una sfrenata competitività basata sul dumping sociale, sta mettendo fuori gioco l’Europa ed in particolare l’Italia. Quando i salari nei paesi del terzo mondo sono da cinque, dieci a venti volte più bassi delle retribuzioni italiane; quando non esistono vincoli ambientali; quando vengono sistematicamente violati i diritti dei lavoratori, con particolare accanimento nei confronti dei minori e delle donne; quando non funzionano i sindacati, è inevitabile che l’attività manifatturiera si dislochi dove il lavoro costa meno per gli aspetti salariali, per le politiche fiscali, per le norme burocratiche. La globalizzazione senza regole determina disoccupazione, stagnazione, recessione. L’Italia in Europa fatica a fronteggiare la situazione. Il debito pubblico si è gonfiato nonostante gli energici interventi dei Governi Monti e Letta & Alfano. Il peso della burocrazia schiaccia inesorabilmente ogni tentativo per uscire dal pantano. Il peso delle tasse continua a crescere. Il sistema del welfare è in crisi: le pensioni vengono pagate poco e male; il sussidio ai disoccupati è incerto e modesto; il sistema sanitario non è più in grado di essere universale. La struttura delle istituzioni  è obsoleta e superata. La Costituzione disegna un’architettura statale arcaica e quindi inadeguata per affrontare in tempi rapidi la nuova situazione economica e sociale creata dalla finanziarizzazione e dal mercato. Abbiamo perso venti anni.

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LA LEGGE DI STABILITÀ VA CAMBIATA PER PROMUOVERE EQUITÀ E CRESCITA

giorgio benvenuto      

di Giorgio Benvenuto

La legge di stabilità varata per il triennio 2014-2016 in realtà è una legge di immobilità.
I provvedimenti previsti (simbolica riduzione della pressione fiscale, limitata al 2014; tagli estesi al welfare, pensioni, sanità, pubblico impiego; irrisori interventi per favorire gli investimenti) non sono adeguati ad una politica di rilancio dell’economia. La prospettiva è quella di una ulteriore fase di ristagno per i prossimi anni. La legge di stabilità è figlia del “pensiero corto". Si è dimenticato il passato. Si ripetono discorsi ormai superati. Non c’è la capacità di proiettarsi verso il futuro. Il processo decisionale, come ha amaramente sottolineato Valerio Selan, è paragonabile a quello del popolo delle scimmie che ogni giorno, come precisa Mowgly nel Libro della giungla di Kipling, ripete gli errori di quello precedente perché è privo di memoria,
A monte c’è l’organica incapacità di svolgere in Europa un ruolo di pari dignità con gli altri paesi. Il tetto del 3% del deficit sul PIL impedisce lo sviluppo. Altri paesi, come la Francia e la Spagna, sono stati autorizzati a superarlo; noi no. L’Italia non è credibile. Eppure siamo i terzi finanziatori dell’Unione Europea e da dodici anni versiamo di più di quello che ci viene restituito.
Il Governo Letta & Alfano si vanta di aver scritto la legge di stabilità senza che gli siano state dettate le misure. E' vero. Non ce n’era bisogno. L’Europa sapeva e sa che le conoscevano a memoria.
L’Italia è prigioniera del debito pubblico. E’ aumentato nonostante le politiche di austerità praticate negli ultimi anni. Pesante l’eredità lasciata dal Governo Monti: ha fatto lievitare il rapporto tra debito e PIL sino al massimo storico del 130 per cento.

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RIFORMARE IL FISCO E RIDURRE LE TASSE PER RIAVVIARE LO SVILUPPO

giorgio benvenuto

 di Giorgio Benvenuto

Il federalismo fiscale all’italiana è un grande pasticcio. La leggerezza, l’improvvisazione e l’opportunismo hanno determinato una politica economica, fiscale e sociale mostruosa.
L’intenzione era quella di passare da una gestione centralizzata dello Stato ad una sua articolazione con la valorizzazione delle autonomie locali responsabilizzandole nell’esercizio delle loro prerogative.
L’obiettivo era quello di razionalizzare il sistema fiscale, di semplificare le decisioni, di tagliare le spese improduttive, di riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Così non è stato. Così non è.
La riforma della Costituzione con la realizzazione della cosiddetta legislazione concorrente tra Stato e Regioni su una serie consistente di attività ha determinato il caos, l’incertezza, la paralisi. La Corte Costituzionale è impegnata in grande prevalenza a dirimere conflitti di competenza che si moltiplicano all’infinito. La conseguenza è la paralisi dell’economia. Non si conoscono gli interlocutori: per chi vuole intraprendere una qualunque attività si profila un assurdo “gioco dell’oca”. Gira e rigira si torna sempre alla casella di partenza.

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GIORGIO BENVENUTO: LA POLITICA TORNI A DECIDERE. RIFORME SUBITO A COMINCIARE DAL FISCO

di Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto

È uno scenario economico inquietante. La ripresa è di là da venire. C’è qualche miglioramento. E’ millimetrico. Nel primo trimestre del 2013 il PIL è calato dell0 0,6%; nel secondo trimestre il calo è solo dello 0,2%. Poco. L’economia stenta a riprendersi. L’occupazione diminuisce. Si riaccende l’inflazione.
Le convulsioni politiche condizionano fortemente il Governo. I provvedimenti più importanti sono rinviati all’autunno. Lo scontro sulla giustizia distoglie l’attenzione sui gravi problemi economici e sociali, che ormai si stanno incancrenendo. Cosa fare? Cosa proporre?
La questione dirimente è quella fiscale. Lo Stato ha due mani: con una preleva attraverso il fisco, con l’altra restituisce in termini di equità, di solidarietà, di sviluppo. Se lo Stato usa solo la mano della manovra fiscale, si producono le ingiustizie più efferate, si stritolano le piccole imprese e le famiglie, si aumentano in modo rilevante le tensioni sociali.
Va posto un alt all’incremento della pressione fiscale centrale e periferica per alimentare una spesa pubblica improduttiva, sprecona, irrazionale, iniqua.
Nessun taglio alla spesa pubblica è stato realizzato. Nessun risultato con il Governo Monti. Solo rinvii con il Governo Letta.
Eppure i buoni propositi ci sono. Ma non si riesce ad attuarli.
La rimodulazione del finanziamento dei partiti, l’abolizione delle province, la semplificazione dell’apparato dello Stato, l’eliminazione dei privilegi, si scontrano con il boicottaggio delle corporazioni che impongono la legge dell’immobilismo. Persino la Corte Costituzionale ha pronunciato delle sentenze discutibili dichiarando l’incostituzionalità, come ha riconosciuto lo stesso Governo, degli interventi sulle pensioni d’oro, sulle alte retribuzioni dei manager pubblici, sull’abolizione delle province, sugli interventi di controllo della Corte dei Conti sui bilanci delle Regioni.
Il Governo alla ripresa autunnale deve intervenire con decisione sul taglio della spesa pubblica con provvedimenti immediatamente attuativi.
Sul fronte fiscale si deve mettere mano alla riforma, riprendendo il testo così come era stato definito all’unanimità alla fine della passata legislatura, appoggiando il lavoro della Commissione Finanze della Camera.

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Centro Democratico Diritto e Libertà

EDITORIALI

LOTTA ALLE MAFIE, LE WHITE LIST SOLO IN 38 PROVINCE SU 105

nicola-tranfaglia
 L'OPINIONE 
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino
 

La notizia si può dare subito: soltanto 38 prefetture italiane su 105 hanno gli elenchi delle imprese più idonee per gli appalti pubblici. A un anno dall'approvazione della legge, solo quelle 38 la applicano. Ebbene, se si leggono i principali quotidiani (io lo faccio perché di fatto scrivo ogni giorno qualcosa) la notizia c'è soltanto su l'Unità di Landò e su Art.21, su cui  scrivo  più che altrove. Ebbene è proprio il sindacato Fillea della Cgil (l'associazione cui sono stato iscritto per molti anni), con un recentissimo monitoraggio che ci dà i dati e le cifre che ci servono - senza registrare  differenze rilevanti dal Sud al Nord - a fornirci gli elementi utili per analizzare il panorama nazionale di una situazione che sarebbe troppo poco definire terribile e scoraggiante. Nella provincia di Reggio Calabria, nota tra gli studiosi e i giornalisti specializzati per essere la più attraente per le imprese vicine alle mafie, in particolare alla 'ndrangheta, associazione mafiosa - secondo i dati diffusi in tutto il mondo - che ha superato le consorelle ed è balzata al comando della classifica planetaria, il sito in cui dovrebbe essere presente la White List cioè quella formata dalle imprese, che possono dichiarare di non aver subito infiltrazioni mafiose lo spazio è vuoto e non indica nessuna ditta.

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L’ITALIA SECONDO IL CENSIS: OCCUPAZIONE, EVASIONE FISCALE, IMMORALISMO DIFFUSO

nicola-tranfaglia

L'OPINIONE 
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

Il ritratto che i sociologi ed economisti del Censis hanno fatto dell'Italia contemporanea (e di cui hanno parlato in pratica soltanto i quotidiani di opposizione) è sicuramente somigliante per chi vive nel nostro paese, come indigeno o come straniero, ma piace poco alle nostre classi dirigenti, immerse - come è fatale - nella scommessa sulla durata del governo Letta dopo l'elezione di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico o sulla fine di una crisi economica che continua a picchiare sulla nostra economia e sembra non avvicinarsi mai alla conclusione.  La prima affermazione del Censis è un elogio della instabilità di cui l'Italia ha dato prova negli ultimi anni. "La coazione alla stabilità - ha detto il presidente De Rita presentando il rapporto del 2013 - è la principale responsabile della massiccia fuga dalla politica che ha caratterizzato gli italiani nel periodo più recente (oltre un quarto se ne è allontanato completamente e l'afflusso massiccio alle primarie del PD che ha portato più di tre milioni a votare per Renzi, Cuperlo o Civati ha espresso la richiesta che si faccia qualcosa per aver ragione della crisi economica, sociale e morale che ha colpito la penisola senza che, all'orizzonte, appaia ancora un modo chiaro per averne finalmente ragione.

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INTESE AMPIE ISPIRATE AGLI INTERESSI E AI VALORI DEL PAESE PER SUPERARE UNA CRISI DIFFICILE

nicola-tranfaglia.
L'OPINIONE 
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino
 

La sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum  del deputato dentista Calderoli, mantenuto in vita dalla convenienza di tutti i segretari di partito (ridotti purtroppo  da qualche anno  a meri comitati elettorali) e dall'incapacità di arrivare a un accordo, ha scoperto finalmente i giochi spiacevoli  della classe politica presente nelle istituzioni. Ora i casi sono due: o i membri dell'attuale parlamento fanno una legge elettorale prima del voto (avvenga, quest'ultimo, tra sei mesi  o , con maggiore probabilità, tra un anno e mezzo) o, dopo lo scontro, ci troveremo ancora una volta di fronte a un paese ingovernabile e destinato (come è avvenuto negli ultimi due anni) alle cosiddette larghe intese tra i due partiti più forti in parlamento (democratici e destra berlusconiana), pur con gli aspri contrasti tra i primi e un leader, ormai  "decaduto" dal Senato tra i secondi. 
Ma basta una legge elettorale, per quanto accorta e accettata da tutti, ad assicurare una buona governabilità del paese? Se si consultano i "classici" della scienza politica, tra i liberali come Gaetano Mosca, tra quei socialisti divenuti fascisti, come Roberto Michels, o ancora i populisti come Thoreau, rispondono tutti che non basta affatto.

 

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BILANCIO AMARO DI VENTI ANNI DI BERLUSCONISMO

nicola-tranfaglia
 
L'OPINIONE 
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino
 
Siamo, dopo diciannove anni, all' opportunità di un  bilancio storico del berlusconismo inteso come variante italica del populismo occidentale che ha occupato negli ultimi anni l'orizzonte internazionale e che si è affermato, con particolare forza, in paesi di democrazia meno salda e matura, come è stato purtroppo il caso della nostra penisola. 
Al di là di ogni polemica contingente occorre dire con chiarezza che il populismo legato all'uomo di Arcore è arrivato in pochi mesi al potere nella primavera del 1994 grazie alla profonda crisi politica in cui è precipitata l'Italia negli anni 92-93 per l'esplosione legata ai gravi scandali scoppiati nei partiti politici e negli apparati dello Stato grazie a cinquant'anni di lotta politica senza alternative di governo nella guerra fredda Usa-Urss.
È stata l'idea, come era già accaduto più volte nella storia d'Italia (basta fare gli esempi, pur diversi tra loro, di Crispi a fine Ottocento e di Mussolini, dagli anni venti alla seconda guerra mondiale), l'idea - o meglio l'illusione - di un uomo forte al comando di una barca difficile da guidare appesantita da molta zavorra (forte corruzione, mafie, inefficienza dello Stato, indulgenza con gli amici e durezza con i nemici, come si diceva una volta) e quindi in grado di superare ogni ostacolo e creare una società moderna e tale da stare bene in Europa accanto a paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti per citare i paesi più vicini e più avanzati tra quelli con i quali abbiamo quasi sempre avuto rapporti intensi.
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UN PAESE PIÙ GIUSTO PER SUPERARE LA CRISI

nicola-tranfaglia

L'OPINIONE 
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino 

Di fronte a quel che succede nel nostro Paese c'è davvero da chiedersi come faremo ad andare avanti con le regole attuali. Abbiamo Enrico Letta un presidente del Consiglio di notevoli qualità politiche ed umane ma che ha, nella squadra che dirige, personaggi molto discutibili come il vicepresidente Alfano e alcuni ministri che appartengono da sempre alla variopinta  corte dell'uomo di Arcore. E, nello stesso tempo, le circostanze politiche sono state tali da spingerlo ad innestare una vera e propria marcia di grande rallentamento sul suo governo con i risultati che la maggior parte degli italiani hanno potuto oggettivamente constatare, nel tempo trascorso dall'entrata in scena dell'incontro ministeriale tra  PD e PDL (più Scelta Civica colpita da scissioni sempre più decisive) fino ad oggi e con un traguardo elettorale ancora indeterminato.  La situazione del paese - è inutile che facciamo finta di non tenerne conto in parte o del tutto - è tragica. Chi, come me,  ricorda  ancora con stima e rispetto personalità  come Enrico Berlinguer o Giuseppe Dossetti, sa che guarderebbero oggi di sicuro con grande disagio e incertezza l'avvenire che ci attende tutti. 

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COMMISSIONE ANTIMAFIA NECESSARIA OGGI PIÙ CHE MAI

nicola-tranfaglia

L'OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

Sono passati quattro mesi dalle elezioni del 24-25 febbraio 2013 e, nonostante l’iniziativa del Centro Siciliano Pio La Torre che ha scritto in questo senso  ai presidenti di Camera e Senato, nel parlamento italiano nessuno a livello delle presidenze elette parla dell’istituzione di una commissione parlamentare contro la mafia.
Vorrei spiegare in maniera sintetica perché si tratta di una questione urgente, che non si può accantonare.
Nell’Unione europea la consapevolezza di questo problema è ormai forte e per la prima volta il rapporto annuale dell’Europol nel 2013 è dedicato al fenomeno mafioso come fortemente lesivo dell’economia di libero scambio e di qualsiasi convivenza sociale . Ma i segni dei progressi incessanti del circuito mafioso e corruttivo nel nostro paese, nelle istituzioni come nella vita sociale ed economica italiana, come in gran parte dell’intero continente europeo, sono così forti e insistenti da spingerci ad insistere ancora sul problema.
Si succedono gli arresti dei capimafia e dei trafficanti nelle ultime settimane, si individuano in maniera crescente le complicità tra politici regionali e nazionali e associazioni mafiose ma nulla si fa a livello nazionale perché si proceda a istituire una nuova commissione antimafia e a fornire in questo modo alla maggior parte dell’opinione pubblica tutti i dati nuovi che si accumulano nelle procure e presso lo Stato sull’attività delle mafie italiane e straniere.
Eppure basta leggere - per fare soltanto un esempio - le carte processuali in Piemonte sull’inchiesta Minotauro sulla ‘ndrangheta nelle cinture di paesi che circondano la capitale Torino per rendersi conto della crescita incessante dell’associazione calabrese presente nell’edilizia come in molti affari “leciti” del terziario come dell’industria nella regione piemontese.  

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NO A PRIVATIZZAZIONE RAI. SI MOBILITINO GLI OPERATORI DELL’INFORMAZIONE

nicola-tranfaglia

L'OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l'Università di Torino

Un pensatore, che da molti anni non è più di moda ma che qualche cosa l'aveva vista con grande chiarezza durante la sua vita e con grande anticipo rispetto ai  suoi tempi, scrisse  una volta che gli uomini possono essere condannati a rivivere come una farsa quello che in precedenza era stata percepita come una tragedia. E viene da pensare proprio a una frase come questa di fronte al governo delle larghe intese quando sento parlare di una imminente privatizzazione, oltre che dell'ENI, una delle poche grandi industrie rimaste in piedi, della RAI, cioè dello strumento di comunicazione pubblico che conserva ancora oggi una grande influenza che deriva dalla perdurante egemonia dei canali televisivi su quelli cartacei, giornalistici ed editoriali, rimasti in una condizione sempre più precaria e tale da far dubitare (parlo delle case editrici, soprattutto) che superino l'anno in corso.

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FATTI E COMMENTI

Guerra degli OGM. Ministro contro agricoltore del Friuli

La lotta fra i fautori degli OGM e i contrari continua senza esclusione di colpi. Un agricoltore di Pordenone, dopo una sentenza favorevole della Corte di Giustizia della UE,ha deciso di avviare sui suoi terreni una semina di mais OGM della Monsanto.
Proteste di politici, esperti e associazioni che vedono negli OGM un grave pericolo per la tradizione agricola italiana.